A.Mittal avvia il recesso

TARANTO/SINDACATI IN ALLARME: “LA PRODUZIONE SI STA GIÀ FERMANDO”



di Serenella Mattera

ROMA. Arcelor Mittal deposita in tribunale l’atto di recesso dal contratto di affitto dell’Ilva di Taranto. E’ la mossa formale, preannunciata dieci giorni fa, con cui l’azienda Franco-indiana prepara l’addio alle acciaierie pugliesi. “La produzione si sta già fermando, con effetti irreversibili”, lanciano l’allarme i sindacati. Il governo risponde con un ricorso d’urgenza dei commissari dell’ex Ilva contro il recesso. E Giuseppe Conte, mentre già studia un “piano B”, prepara l’ultima trattativa con Mittal, in vista di un tavolo che però non è ancora convocato. A complicare le cose ci si mettono i parlamentari pugliesi del M5s, che fanno muro contro l’ipotesi di un nuovo “scudo” penale. “Se fai un disastro ambientale paghi”, dice anche Luigi Di Maio. E si alza la tensione con il premier e gli alleati: “Senza una voce unica” si rischia di sbattere, torna ad avvertire il Pd. Le voci nella maggioranza si rincorrono: circola anche notizia - Palazzo Chigi smentisce - di una nuova visita di Conte a Taranto, nella giornata di oggi. Risposte per ora non ce ne sono. Il premier, dopo aver invitato i ministri a portare in Cdm domani proposte per il rilancio della città pugliese, tace e disdice, “per impegni isti- tuzionali”, un’intervista tv fissata da giorni. L’incontro con Mittal, spiegano da Palazzo Chigi, dovrebbe esserci in settimana, ma ad ora non è fissato. La proprietà parla solo con l’atto legale di recesso, presentato in tribunale a Milano. Se non risulterà possibile una mediazione, resta solo la via legale. Ma Conte, spiegano dal governo, studia anche ogni possibile soluzione alternativa, da nuovi partner industriali (torna il nome di Jindal) a un ingresso di imprese statali come Fincantieri. L’obiettivo, spiegano i suoi, è fare “il tutto per tutto” per evitare la chiusura delle acciaierie. E’ questo che Conte spiega di primo mattino ai parlamentari tarantini del M5s convocati a Palazzo Chigi, con i ministri Di Maio, Stefano Patuanelli e Federico D’Incà. C’è anche Barbara Lezzi, che tarantina non è, ma guida il drappello barricadero dei pugliesi che hanno bloccato lo scudo per Mittal e ora non ne vogliono più sentire parlare. I toni si accendono, la tensione sale. Il premier spiega che lo scudo penale non è la questione centrale, perché Mittal pone un problema industriale. Ma aggiunge che introdurlo toglie agli indiani ogni alibi e potrebbe aiutare nella battaglia legale. L’ipotesi è un decreto ad hoc. “Te lo puoi scordare”, dice Lezzi. “Ma non capisci la gravità della situazione?”, ribatte Conte. Di Maio è defilato, sillaba solo che il Parlamento è sovrano: vuol dire che se arriva un decreto con lo scudo M5s farà cadere il governo?, si chiede qualcuno dei presenti. Non ha detto questo, assicurano dallo staff del ministro. In serata in due assemblee M5s al Senato e alla Camera si cerca di serrare le truppe, placare gli animi. “Così non si va avanti”, commentano fonti parlamentari Pd. E mentre Di Maio afferma che il governo resterà compatto ma non può accettare “ricatti”, Stefano Patuanelli propone una norma ad hoc con scadenza temporale e agganciata a un programma di decarbonizzazione: nel M5s c’è chi apre, ma la fronda per il no al Senato è nutrita. A esprimere il livello di pre- occupazione che serpeggia anche nella maggioranza, sono i sindacati che, pur avendo opinioni diverse, scrivono insieme a Mittal per chiedere di proseguire il confronto. Il governo è pronto a finanziare la cassa integrazione, dare sostegno sulla bonifica e sconti sugli impianti, anche aprire a un ingresso parziale di Cdp. Ma per ora l’azienda tace. Parla la cronaca: una caldaia si buca a Taranto e Mittal ferma la produzione anche a Cracovia. Tutti campanelli d’allarme. L’incertezza è alta, i timori crescono. Lo Stato ci metta i soldi, chiede Silvio Berlusconi. “Serve una soluzione di mercato”, ribadisce il ministro Roberto Gualtieri, bocciando una nazionalizzazione cui si dice contraria anche Confindustria. E’ sbagliato parlarne ora: bisogna costringere Mittal “a rispettare gli impegni”, sostiene Di Maio. Ma in extrema ratio, se tutto andasse male, l’intervento pubblico resta una ipotesi.

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