Abi, per i salvataggi le banche hanno pagato 10,5 miliardi



Superiore alle stime l’accelerazione del calo dei crediti deteriorati in Italia

ROMA. Le banche italiane sperano in un 'compromesso' fra le istituzioni europee, sul trattamento dei crediti deteriorati che consenta loro uno smaltimento continuo ma graduale degli stessi, senza forti contraccolpi nel bilancio. In vista della fine delle con- sultazioni pubbliche parallele di Commissione Ue e vigilanza Bce, l'Abi rivendica l'accelerazione del calo degli Npl in Italia superiore alle stime ma torna a sottolineare l'impatto negativo e peraltro non quantificato da Francoforte in maniera preventiva, sull'economia. Un onere ulteriore che si aggiungerebbe a quelli dettati dalle norme sul capitale e dagli sforzi per i salvataggi, finiti a carico del comparto. In due anni le banche italiane hanno pagato 10,5 miliardi di euro ai fondi di risoluzione italiano e europeo, al Fitd volontario e non, ad Atlante (1 e 2) e ai rimborsi per gli obbligazionisti. Un salasso su bilanci già malconci. Per questo l'Abi chiede più gradualità rispetto alla prima proposta della vigilanza che dovrebbe entrare in vigore a gennaio (coperture al 100% in due anni per i flussi di crediti non garantiti e sette per i garantiti) auspicando che la proposta della Commissione più equilibrata possa raccordarsi con questa anche sui tempi, evitando incertezze giuridiche. La 'linea del Piave' resta quella di escludere da tali regole lo stock dei crediti, pena uno sconvolgimento totale dell'assetto delle banche. Certo le parole del presidente Bce Draghi hanno escluso le interpretazioni più restrittive che volevano limitare le regole ai crediti concessi dopo gennaio e non anche a quelli erogati prima di quella data e poi divenuti Npl successivamente. Draghi peraltro ha sottolineato come fin quando esista la massa di Npl, non sarà possibile avere l'assicurazione comune europea dei depositi, pilastro indispensabile per il completamento dell'Unione Bancaria. Certo si vedrà caso per caso nell'analisi Srep sui singoli istituti. A livello generale lo sforzo c'è stato. Le cessioni a fine anno ar-iveranno a 80 miliardi e il rapporto con gli impieghi ora al 14% calerà sotto il 10%, prima del previsto, a fine 2018. Anche i tempi della giustizia per il recupero sono calati. Insomma, la montagna si sta riducendo. E' pur vero però che, se la Bce non ha det- tato nuove regole sul coverage, il mercato sta spingendo verso l'alto l'asticella del tasso di copertura al 75% per le sofferenze e al 40% per le inadempienze. Il gap teorico del comparto è di 10 e 6 miliardi rispettivamente che, come spiegano gli osservatori, può essere 'perdonato' a una banca grande (o piccola) con obiettivichiari e una governance efficiente che vada avanti con i suoi piani ma meno a istituti di medie dimensioni con prospettive reddituali e aggregative più incerte. I casi Creval e Carige, al di là delle specifiche dei singoli casi (negoziali e tecniche) dimostrano come il mercato voglia un'azione definitiva sui crediti deteriorati per poter voltar pagina e chiedere capitali.


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