Addio a Ettore Bernabei



È STATO DIRETTORE DEL POPOLO, DG DELLA RAI, FONDATORE DELLA LUX VIDE

ROMA. “La tv può ricondurre miliardi di uomini e donne sulla via del vero e del giu- sto”. Nella lectio magistralis tenuta alla Pon- tificia Università Lateranense nel giorno del suo 90/o compleanno, il 16 maggio 2011, Et- tore Bernabei (nella foto), storico direttore generale della Rai negli anni del monopolio, morto ieri sera a 95 anni al-

l’Argentario dove era in va- canza con la famiglia, ribadi- va uno dei punti di forza del- la sua attività di ‘grande con- dottiero’ della tv pubblica e poi di produttore: l’importan- za di una televisione capace di rispettare e di elevare il pubblico. Una convinzione radicata anche nella sua edu- cazione cattolica.

Nato a Firenze il 16 maggio 1921, padre di otto figli, dopo la laurea in Lettere moderne si dedica alla passione per il giornali- smo. Dal 1951 al 1956 è direttore del Giornale del Mattino, quotidiano di ispirazione cri- stiana. Vicino ad Amintore Fanfani, nel 1956 viene chiamato alla guida del Popolo, orga- no della Democrazia Cristiana. Nel 1961, a 40 anni, diventa direttore generale della Rai, che guiderà fino al 1974, imprimendo all’azienda un ruolo da autentico servizio pubblico, in grado di occuparsi anche “di chi è rimasto un po’ più indietro”. Sono gli anni in cui na- scono approfondimenti come Tv7 e sceneg- giati ispirati ai classici della letteratura, come l’Odissea, I Promessi Sposi, I Fratelli Kara- mazov. Gli anni in cui vengono realizzate se- rie come GliAtti degliApostoli per la regia di Roberto Rossellini, il Mosè, Gesù di Naza- reth firmato da Franco Zeffirelli. E ancora gli anni in cui il il maestro Alberto Manzi inse- gna a leggere e scrivere a un’Italia che nel 1960 contava ancora il 35% degli analfabeti.

“Ricordo la difficoltà - raccontava Bernabei - perché mi trovai davanti a professioni- sti e venerabili dirigenti, ben più grandi di me, che erano lì ‘prestati’ dalla radio e in ca- rica addirittura dagli anni Trenta. Oggi si parla

facilmente di ‘rottamazione’, ma quelli erano indeformabili e inamovibili”.

Tra le prime decisioni, Enzo Biagi a dirigere il telegiornale. “Se ne andò dopo un po’ perché, mi disse, fare le cose con il bilancino del farmacista non era il suo mestiere”.

Nel 1974, lasciata la direzione generale

della Rai, Bernabei va a diri- gere l’Italstat, una finanzia- ria a partecipazione statale specializzata nella progetta- zione e costruzione di gran- di infrastrutture ed opere di ingegneria civile. Altro pas- saggio cruciale della sua lun- ga attività, nel 1992, la crea- zione della società di produ- zione Lux Vide, che realizza importanti fiction anche in coproduzione con paesi eu- ropei e con gli Stati Uniti. Colossale il progetto Bibbia,

21 prime serate prodotte fra il 1994 e il 2002 per Rai1, vendute in 140 Paesi, in grado di coniugare rilevanza culturale, valore artisti- co e grande appeal popolare. Un successo seguito da grandi coproduzioni internazio- nali e dallo sviluppo della lunga e media se- rialità, con titoli di straordinaria longevità e successo, come Don Matteo.

Pur avendo lasciato il testimone dell’atti- vità di produttore nelle mani dei figli Luca e Matilde, Bernabei continuava ad appassio- narsi quando parlava della Rai. “Oggi ci si entusiasma per il web, per Google o Ama- zon. Ma la tv pubblica è rimasta l’unica dife- sa dei cittadini. Se non si usa il cervello, se i bambini a scuola usano solo il computer e smettono di studiare la tavola pitagorica, si finirà in mano a ciò che raccontano i motori di ricerca e non si saprà più scegliere tra vero e falso, giusto e iniquo, che sulla rete sono tutti sullo stesso piano. La tv pubblica, inve- ce, come i giornali o i libri, può ancora rac- contare un’azione come delittuosa o benefi- ca, aiutare a decidere cosa fare della propria vita e non finire tutti come polli in batteria. Può ancora salvare l’umanità”.

La sua eredità e le nuove sfide dei vertici Rai

ROMA. La Rai dell’era Fanfani, che si incaricava del-l’’educazione’ degli italiani con programmi come ‘Non è mai troppo tardi’ del maestro Manzi e ‘Rischiatutto’, e quella di oggi, che lancia la sfida al digital divide con ‘Complimen- ti per la connessione’. La Rai dei grandi sce- neggiati, capaci di coniugare spettacolarità, ri- gore filologico e attori di livello internazionale, e quella che diversifica l’offerta per catturare i millennials senza spiazzare il pubblico tradizio- nale. La Rai bollata all’epoca dalla sinistra come ‘feudo catto-democristiano’ e quella di oggi, nel mirino dell’opposizione che grida alla “nor- malizzazione renziana”.

All’epoca di Ettore Bernabei come oggi, la sfida per Viale Mazzini resta la stessa: conser- vare ruolo e identità del servizio pubblico e mi- surarsi con le pressioni della politica. La Rai come “rappresentazione dell’identità collettiva, luogo inclusivo in grado di raccogliere tutti”: questo “l’elemento fondativo” della lezione di Bernabei secondo l’attuale dg Antonio Campo Dall’Orto. “Oggi come ieri, anche se in forme diverse - dice all’ANSA - è fondamentale per noi essere servizio pubblico, una tv in grado di ‘servire’ al Paese in questo momento”. In que- sto anno da capo azienda, nel dialogo con Ber- nabei, Campo Dall’Orto ha trovato, “come ele- mento fondamentale di vicinanza, proprio la concezione della Rai come luogo dell’identità collettiva, anche nella società digitale”. E poi “l’impegno per portare la nostra cultura nel mondo”.

Sul piano personale, l’attuale dg Rai ricorda di Bernabei la “lucidità nella lettura degli even- ti, ma anche i suoi occhi da ragazzo, la voglia di contribuire a un progetto di ampio raggio”. Niente consigli particolari, comunque, rispetto al rapporto con la politica: “Abbiamo sempre dialogato su una visione editoriale di lungo periodo”, assicura. Oggi, ammette il dg, il rap- porto con lo spettatore è diventato più pariteti-

co. Ma questo non toglie nul- la rispetto alla volontà di par- lare a tutti, di dare a tutti gli elementi per orientarsi nel mondo”. Rispetto all’epoca del monopolio “gli operatori sono tanti e grandi: a maggior

ragione - conclude Campo Dall’Orto - bisogna avere l’ambizione di raccontarsi e di guardare fuori. E’ fondamentale per il futuro della Rai”.

La “solidità della visione” di Bernabei è il messaggio forte colto anche dalla presidente Monica Maggioni: “A farmi impressione so- prattutto era quanto lui fosse dentro le cose, non nel senso di essere legati al quotidiano minimo - spiega all’ANSA - quanto in termini di consapevolezza, comprensione della comples- sità, dei meccanismi dell’attuale sistema dei media. Un aspetto che da una parte non deve sorprendere, vista la qualità straordinaria della persona, capace anche a 70 anni di rimettersi in gioco, dall’altra è illuminante”. Nei confronti con l’ex dg, “che non avevano mai tratti di ba- nalità”, emergevano con prepotenza anche “la grandissima visione internazionale”, la consa- pevolezza che oggi “un paese non lo si aggre- disce solo con le speculazioni di Borsa, ma an- che sul piano culturale, con i programmi, con il tentativo di renderlo irrilevante nella costruzio- ne di una cultura collettiva”. E poi “l’idea che il servizio pubblico sia un luogo che contribui- sce a formare il nostro essere cittadini, a creare una comunità che dialoga anche nelle differen- ze sui grandi temi”.

Oggi come allora, la Rai è al centro della po- lemica politica, “ma nel dialogo con lui la vo- lontà di trasferire una visione era così forte che il dibattito quotidiano si stemperava di fronte alla missione che avevi di fronte. Certo, consi- dero il dibattito fisiologico, legato al fatto che la Rai è considerata di tutti, come è giusto che sia. Ma il punto - sottolinea Maggioni - è dove la porti, che progetto hai, se è in grado di dare più opportunità a ogni italiano e a tutti insie- me”. Una sfida, ancora oggi, rispetto alla quale la lezione di Bernabei resta “determinante”.


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