Addio a Stanley Donen

LA SCOMPARSA DEL REGISTA PREMIO OSCAR DI “CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA”

di Giorgio Gosetti


ROMA. Se ne va un grande vecchio di Hollywood, testimone di un tempo in cui il cinema voleva essere prima di tutto un sogno collettivo, un rito in cui lo spettatore si tuffava senza riserve in un mondo magico e sfavillante, fino ad accettare che un ballerino sullo schermo fosse più credibile del tuo vicino di casa e scandisse il tempo della meraviglia. Stanley Donen è il nome dietro cui si celano capolavori popolari e immortali, da “Cantando sotto la pioggia” (1952) a “Sette spose per sette fratelli” (1954), da “L’era del vicino è sempre più verde” (1960) a “Il piccolo principe” (1974), da “Sciarada” (1963) ad “Arabesque” (1966). Non lavorava più dalla metà degli anni ’80 perché Hollywood è sempre stata spietata con chi non trova più il successo (“Quel giorno a Rio” nel 1985 non incontrò il pubblico nonostante uno smagliante Michael Caine e una giovanissima Demi Moore) e chi sente l’avanzare degli anni. Nato nel distretto di Columbia il 13 aprile 1924, il giovanissimo Stanley aveva il ballo nel sangue e si iscrisse ai corsi di danza fin da ragazzo per poi debuttare a Broadway appena diciassettenne. Nella vita di ogni predestinato c’è sempre un pigmalione capace di prenderti sotto la sua ala e di portarti al successo. Per Donen si tratta del produttore Arthur Freed, leggendario musicista e produttore fin dai tempi del “Mago di Oz” alla fine degli anni ’30 che ha lanciato Gene Kelly e ora cerca un regista-coregrafo capace di assecondare la star sul set di “Un giorno a New York” (1949) in cui Kelly non deve sfigu- rare a ianco di Frank Sinatra.

Per Donen si spalanca la porta del successo anche perché la sintonia col regista-ballerino è immediata e totale: i due rimarranno amici tutta la vita e firmeranno insieme, tre anni dopo, l’immortale “Cantando sotto la pioggia”. La carriera del regista che sapeva disegnare le coreografie più ardite e che aveva imparato a coniugare i numeri di danza coi passaggi obbligati della commedia sentimentale passò di successo in successo per tutti gli anni ’50: per lui ballavano Debbie Reynolds e Bob Fosse (“Tre ragazze a Broadway”), Jane Powell e Howard Keel (“Sette spose per sette fratelli”), Fred e Gene Kelly (“Così parla il cuore”), Audrey Hepburn e Fred Astaire in quel capolavoro che è “Cenerentola a Parigi”. In più di un’occasione il regista accettò che il suo nome comparisse a fianco di un altro quando si trattava di un grande coreografo o dell’autore di un successo di Broadway e una volta rimpiazzò perfino il grande Vincente Minnelli cui poi strappò lo scettro di “re del musical”.

Stanley Donen capì però in fretta che col tramonto dei grandi ballerini (Astaire e Kelly) finiva un’epoca e il suo cinema doveva rinnovarsi per continuare ad attrarre le star e viaggiare nel mondo. Da Minnelli ereditò anche il talento per la commedia sofisticata e lo mise al servizio di vecchi e nuovi divi: Cary Grant e Ingrid Bergman (“Indiscreto”), Albert Finney e Audrey Hepburn (“Due per la strada”), Rex Harrison e Richard Burton (“Quei due”). Con gli anni ’60 e ’70 il regista trovò più consensi (e capitali) in Europa piuttosto che in patria, dove invece fine il suo grande ritorno nel 1975 con “In tre sul Lucky Lady” che vedeva riuniti sul set l’emergente Gene Hackman e la nuova diva tra cinema e musica Liza Minelli. Talento duttile e perfetto artigiano dei generi, Stanley Donen maneggiava la sua creta preferita (la musica in scena e i numeri di ballo) con la stessa disinvoltura con cui attingeva ad altre fonti: ad esem- pio il giallo-rosa come nell’acroba- tico “Arabesque” con Sophia Loren e Gregory Peck o uno dei suoi capolavori, “Sciarada” al servizio della coppia d’oro Cary Grant/Audrey Hepburn. Al cinema del suo tempo dedicò anche una delle sue regie più nostalgiche e intime: “Il boxeur e la ballerina” del 1978 con le musiche di Ralph Burns. Dimenticato da Hollywood negli anni ’80, Stanley Donen conobbe un breve ritorno come autore televisivo negli anni ’90 e diresse perfino qualche videoclip oltre a molte scene di coreografia. Ma se la vena non si era sec- cata, erano le occasioni di lavoro a scarseggiare. Così, dopo un trionfale Oscar alla carriera nel 1998 si ritirò definitivamente e fu la Mostra di Venezia a rendergli l’ultimo onore nel 2004 con il Leone d’oro alla carriera. Definirlo un grande artigiano sarebbe limitativo: il musical sarebbe diverso senza di lui e i colori del sogno americano saranno per sempre legati anche al suo stile che sapeva colorare di rosa la vita sognata e faceva ballare le star vestendo- le da persone comuni, regalando loro le stesse emozioni e sogni che ogni giorno promettono di cambiare la nostra vita. Sentimentalmente Stanley Donen ha avuto una vita davvero intensa, con cinque mogli, tre figli, numerosi flirt con le sue attrici, tra cui la focosa Liz Taylor e amava dire “Per me dirigere un film è come fare sesso; quando riesce bene è davvero ottimo; quando non funziona tanto è comunque buono”.

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