Addio Charlie, buon viaggio


ROMA. Il piccolo Charlie Gard è morto. Il bambino inglese affetto da una malattia mi- tocondriale degenerativa incurabile, divenu- to un caso internazionale, ha smesso ieri di respirare poco dopo essere entrato in un centro assistito per bambini malati terminali. "Il nostro splendido bambino se n'è andato. Siamo veramente orgogliosi di Charlie", ha annunciato la madre Connie Yates in esclu- siva al Daily Mail, giornale che ha seguito con grande coinvolgimento emotivo la tor- mentata quanto mediatica causa legale tra- scinatasi dolorosamente per mesi. Papa Ber- goglio ha espresso commozione: "Affido al Padre il piccolo Charlie e prego per i genitori e le persone che gli hanno voluto bene".

Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha ri- badito la grandezza dell'Amore di Dio che "non stacca la spina". "Profondamente rat- tristata" la premier britannica Theresa May. Condoglianze anche dal governo italiano: "Il tuo tempo è stato troppo breve, buon volo piccolo angelo", ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano.

La brevissima vita di Charlie, durata appena 11 mesi, era tutta appesa alle macchine che lo facevano respirare e dalle quali non poteva separarsi: macchine che non pote- vano essere trasferite nella piccola casa del West End di Londra dove Connie e Chris Gard speravano di poterlo tenere prima del- la morte, né in un hospi- ce. Ed è su questo punto che si è arrovellato l'ultimo atto della vicenda, consumatosi tutto nell'aula dell'Alta Corte di Londra davanti al giudice Nicholas Francis.


Con il Great Ormond Street Hospital, l'ospedale pediatrico londinese dov'era ricoverato da mesi, che insisteva che solo nelle proprie strutture il piccolo poteva essere tenuto in vita e assistito perché soffrisse il meno possibile, e l'inconciliabile posizio- ne dei genitori che, ormai rassegnati a vederlo morire, avrebbero voluto accompagnarlo, circondandolo del loro amore, lontani dal clamore, nel silenzio domestico, fino al momento in cui lo avrebbero affidato "agli angeli".

Chris e Connie avevano anche accettato l'idea di ricoverarlo in un hospice per malati terminali, purché questa sistemazione garantisse un poco di "tranquillità", lontano dai clamori senza ospedali, giudici, avvocati, tribunali o giornalisti". Forse nella speranza che lì potesse essere tenuto in vita, ancora per un po’. In mancanza di un accordo con la controparte, cioè l'ospedale, la decisione è stata presa dall'Alta Corte. Ma l'ultima decisione dei giudici è stata solo la conclusione formale di una causa che i genitori avevano già perso in primavera, quando la stessa Alta Corte, dopo vari gradi di giudi- zio, in aprile stabilì che Charlie, non essendo curabile, andava lasciato morire "con dignità" perché qualunque terapia ne avrebbe solo prolungato le sofferenze: sentenza accettata il mese scorso anche dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo. Una sentenza che tagliò l'opinione pubblica britannica, mondiale e anche italiana, come un coltello rovente sul discrimine dolente dell'etica e del diritto alla vita o alla morte. Per i difensori del principio della vita, la decisione era drastica e crudele e calpestava anche i diritti dei genitori, che in quel periodo stavano tentando di ottenere il permesso di portare il bebè negli Stati Uniti per sottoporlo a costose terapie sperimentali. Per farlo Connie e Chris lanciarono una colletta riuscendo a raccogliere 1,3 milioni di sterline. Una speranza durata lo spazio di qualche settimana, che fruttò l'arrivo a Londra di uno specialista, Michio Hirano, che stava sperimentando una cura alla Columbia University di New York. Nel frattempo era in- tervenuto anche Donald Trump e il Congresso Usa aveva concesso a Charlie con un emendamento la cittadinanza americana, mentre si faceva avanti anche l'ospedale Bambi- no Gesù di Roma. Anche Papa Francesco si è speso per la "difesa della vita umana". Poi la doccia fredda: sentite le parti e gli specialisti, l'Alta Corte ha decretato che le cure sperimentali erano ormai inutili, perché troppo tardive.


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