Affonda il Pil cinese: -6,8% è il primo calo dal ’92



PECHINO. La pandemia del Covid-19 affonda il Pil della Cina, crollato a un -6,8% annuo nel periodo gennaio-marzo del 2020, generando il primo calo dal 1992, dall'anno di inizio della raccolta delle statistiche trimestrali. Su base congiunturale, il tonfo è addirittura del 9,8%. I dati dell'Ufficio nazionale di statistica (Nbs), che si confrontano con un +6% e un +1,5% di ottobre- dicembre 2019 e con previsioni medie degli analisti a -6,5% e -9,9%, sottolineano i danni causati alla "fabbrica del mondo" dal coronavirus, che ha avuto il suo focolaio nella città di Wuhan, almeno da dicembre. Mentre gli obiettivi principali dell'anno, tra l'azzeramento della povertà, una società moderatamente prospera e il raddoppio del Pil pro capite rispetto ai livelli del 2010, appaiono ormai difficilmente raggiungibili. L'economia cinese manterrà "la sua stabile ripresa e il trend al rialzo visti a marzo" e il secondo trimestre dell'anno sarà "più ottimista" del primo, ha affermato Mao Shengyong, portavoce di Nbs, notando in conferenza stampa che, malgrado il Covid- 19, lo sviluppo economico e sociale è rimasto finora stabile. La seconda metà dell'anno sarà migliore della prima se la pandemia finirà sotto controllo a livello globale, dando fiato e sfogo alla produzione per l'export. "La nazione sta ora affrontando crescenti pressioni per le nuove difficoltà sulla ripresa delle attività e sulla prevenzione delle infezioni importate", ha aggiunto Mao, menzionando i casi di contagi di ritorno saliti oltre quota 1.000. Durante il trimestre, con il Paese bloccato per contenere la diffusione del contagio, gli investimenti in asset fissi sono crollati del 16,1% (tranne commercio elettronico e servizi hi-tech a +39,6%) e le vendite al dettaglio di beni di consumo si sono contratti del 19%. La produzione industriale ha perso l'8,4%, il valore totale delle esportazioni è diminuito del 3,5% e quello delle importazioni del 2,9%, scontando il blocco degli scambi con i principali partner Stati Uniti ed Europa. Pur con alcuni segnali positivi, come i 2,29 milioni di nuovi posti di lavoro creati (disoccupazione scesa dal 6,2% al 5,9%) o la produzione industriale calata di appena l'1,1% a marzo (dal -7,3% atteso), gli analisti si aspettano che l'interscambio commerciale peggiori nel secondo trimestre con il virus che si è diffuso in gran parte del mondo, anche se le fabbriche cinesi hanno iniziato ad aumentare la produzione. Gli economisti stanno minimizzando l'ipotesi di una ripresa a "V", dato che la frenata del Pil si tradurrà in perdite di reddito permanenti, tra fallimenti di piccole aziende e la perdita di posti di lavoro. Mentre la Cina non ha annunciato target ufficiali sul Pil del 2020, il Fmi ha previsto la scorsa settimana un rialzo dell'1,2%. Per le crescenti incertezze esterne, Pechino potrebbe non dare indicazioni in occasione del Congresso nazionale del popolo, la sessione parlamentare annuale rinviata a marzo per il virus e attesa tra fine maggio e giugno, ha osservato Chen Wenling, capo economista del Cciee, un think thank governativo. "L'esecutivo manterrà la crescita entro un intervallo ragionevole", ha detto. Con la ripresa della supply chain e delle attività produttive risalite al 90% per molte aziende, la domanda è frenata dalla disoccupazione e dal calo del reddito disponibile pro capite nazionale, diminuito del 3,9% nel primo trimestre. Il governo ha annunciato tra l'altro circa 1.300 miliardi di yuan (184 miliardi di dollari) in misure si sostegno, tra cui spese sanitarie, sgravi fiscali e sussidi alla disoccupazione. Nel 2019, l'economia è crescita del 6,1%, al passo più lento dal 1990 quando segnò un +3,9% a causa delle sanzioni decise dopo i sanguinosi fatti di piazza Tiananmen del 1989. L'ultimo anno di contrazione è del 1976, scorcio finale della Rivoluzione Culturale di Mao Zedong.

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