Al Maxxi prigione dentro e fuori



MOSTRE/IL MINISTRO ORLANDO: “NO AI MURI, GIUSTO CHE L’ARTE AIUTI A RIFLETTERE”

ROMA. Una mostra provocatoria, che cerca l’emozione interrogandosi sui confini della libertà, individuale e sociale, sulla progressiva erosione degli spazi personali e pubblici, con un occhio a quello che il mondo contemporaneo si è lasciato alle spalle, nella speranza che qualche inalienabile valore possa tornare: è ‘Please come back. Il mondo come prigione?’, allestita al Maxxi da oggi al 21 maggio. Riunite 50 opere realizzate da 26 artisti provenienti da tutto il mondo, che più che ipotizzare una ribellione cercano risposte positive. ‘’E’ molto importante che l’arte proponga una riflessione su questi temi, perché è uno strumento che può andare nel profondo’’, ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando, intervenuto alla presentazione per la stampa. ‘’Non si crea sicurezza alzando i muri’’, ha proseguito, definendo ‘’un collettivo e gigantesco esorcismo’’ la convinzione che il carcere sia un elemento di rassicurazione per la società. ‘’Messi lì dentro i mostri, la società si sente al sicuro, ma niente è meno vero’’, ha spiegato il ministro, non solo perché ‘’il carcere distinto dalla società è uno dei bacilli dell’insicurezza, perché lì proliferano le gerarchie criminali, ma anche e soprattutto in quanto ‘’specchio, sebbene deformato, di patologie che sono all’interno della società’’. La rassegna del Maxxi però non si limita a indagare la dimensione fisica del carcere, anche se alcuni degli artisti presenti l’hanno personalmente sperimentata e riescono a raccontarla con grande intensità (l’artista turca Gulsun Karamustafa, detenuta negli anni ’70). La prigione vuole essere una metafora che esplora un presente condizionato e controllato a tutti i livelli, inviando un segnale d’allarme sul reale grado di libertà degli individui, dei popoli. Lo sviluppo esponenziale delle tecnologie digitali, l’avvento dei social network, hanno progressivamente e inesorabilmente cambiato la società, che assiste al crollo delle filosofie di condivisione e all’instaurarsi di nuovi regimi che, appunto in nome della sicurezza, spogliano con il loro consenso le persone di ogni spazio intimo e personale. ‘’E’ una mostra forte, forse la più politica che abbiamo fatto fino a oggi, e che il direttore Hou Hanru a pensato fin dal suo arrivo in Italia’’, ha detto il presidente della Fondazione Maxxi Giovanna Melandri. Si offrono più domande che risposte, ha proseguito, ‘’gli artisti buttano il sasso, loro hanno una capacità visionaria che riesce a percepire le cose oltre il tempo’’. Allestita nella Galleria 5, l’esposizione prende il titolo da ‘Please come back’, l’opera realizzata dal collettivo Claire Fontaine e che apre il percorso espositivo, sebbene la spiazzante installazione ‘The cage the bench and the luggage’ di H.H.Lim accolga i visitatori già dalla hall. La grande gabbia d’acciaio da una parte introduce al tema in generale, dall’altra suggerisce che il museo non è sempre stato un luogo di condivisione, ma nasce per proteggere le opere d’arte, una dinamica che sopravvive ancora oggi. La mostra è articolata in tre sezione, di cui la prima , ‘Dietro le mura’, ospita i lavori degli artisti che hanno fatto una esperienza diretta della prigione (e non solo in quanto reclusi). Ecco dunque Berna Reale con un vi- deo che racconta la luce della torcia olimpica all’interno delle carceri brasiliane, Harun Farocki che utilizza i filmati delle videocamere di sorveglianza del carcere di massima sicurezza di Corcoran in California e le interviste di Gianfranco Baruchello ai detenuti delle carceri di Rebibbia e Civitavecchia. In ‘Fuori dalle mura’ sono riunite le opere incentrate su una riflessione sulle prigioni che non si riescono a vedere, sui regimi di sorveglianza, capaci di trasfor- mare le città contemporanee in vere e proprie ‘prigioni a cielo aperto’. Tra questi, Superstudio, che con il suo ‘Monumento Continuo’ aveva profeticamente immaginato un modello di urbanizzazione globale alternativo alla Natura o Mikhael Subotzky che presenta materiali video forniti dalla polizia di Johannesburg. Lin Yilin con la sua performance riproduce invece una scena di privazione della libertà per testare le reazioni dei cittadini della città cinese di Haikou e di Parigi, mentre Ra Di Martino trasforma Bolzano nel fondale di una messa in scena con finti carri armati. La mostra si conclude con ‘Oltre i muri’, in cui si riflette sul tema della sorveglianza quale ‘pratica organizzativa dominante’, fenomeno pervasivo nella società dopo l’11 settembre. Tra le opere presenti, la ‘guerra al terrore’ di Jenny Holzer e il progetto di Simon Denny ispirato alle rivelazioni di Snowden. Bellissimi gli acquerelli su seta della cinese Shen Ruijun sulle torture di Abu Ghraib, due saranno acquisiti dalla collezione Maxxi.


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