Alta tensione al Congresso



WASHINGTON. Sale a Washington la tensione sul Russiagate. E’ bufera infatti su Devin Nunes, il presidente della commissione intelligence della Camera del Congresso Usa che indaga sui possibili rapporti tra Donald Trump e Mosca. Nunes non solo a sorpresa ha parlato di possibili intercettazioni ai danni del presidente o di membri del suo staff durante il periodo di transizione, ma si è anche recato alla Casa Bianca per aggiornare personalmente il tycoon.

L’ira dei democratici non si è fatta attendere, con la richiesta allo speaker della Camera Paul Ryan di istituire una commissione di inchiesta indipendente sul Russiagate. “A questo punto il lavoro della commissione della Camera ha perso credibilità”, ha denunciato Adam Schiff, leader dem in quella commissione. Tanto più che lo stesso Trump si è detto confortato dalle parole di Nunes: “In un certo senso mi sento assolto”, ha detto, dopo settimane di polemiche sulla sua tesi di essere stato spiato nella Trump Tower di New York su ordine dell’ex presidente Barack Obama. Ipotesi seccamente smentita da Fbi e 007.

Intanto, però, una nuova tegola rischia di abbattersi sul presidente: l’ex manager della sua campagna elettorale, Paul Manafort, lavorò in passato per un magnate russo, Oleg Deripaska, vicino al presidente Vladimir Putin e a beneficio del suo governo spingendo di fatto la sua agenda politica.

E’ l’agenzia Associated Press a rivelare i dettagli di un episodio che, pur risalente a oltre dieci anni fa, risulta adesso scottante per la Casa Bianca di Trump già sotto schiaffo per indiscrezioni su contatti tra l’entourage del presidente con rappresentanti russi.

Manafort respinge le accuse: non smentisce quel contratto, ha infatti confermato alla Ap di avere lavorato per Deripaska, affermando però che questa sua attività viene presentata adesso, in modo ingiusto, come inappropriata.

La Casa Bianca da parte sua prende le distanze come può dall’ex manager della campagna per l’elezione di Donald Trump e a domande dei giornalisti il portavoce Sean Spicer risponde che il presidente non sapeva delle passate attività del suo collaboratore quando lo impiegò, che sarebbe “assurdo” pensare altrimenti e che comunque Manafort era stato chiamato “per fare un lavoro e l’ha fatto. Doveva contare i delegati”.

Risposta in cui c’è chi vede un tentativo di ridimensionare quello che è stato il ruolo di Mananfort nella campagna di Trump di cui fu manager sebbene per un periodo limitato. Fu infatti sostituito dopo che emersero legami con esponenti ucraini nelle sue attività di consulente, che costituivano “una distrazione” ha spiegato anche ieri Spicer.

Con il magnate dell’alluminio Deripaska i primi contatti emersi risalgono al 2005, quando - stando all’Ap - Manafort propose un piano strategico per permettere in definitiva al governo russo di esercitare influenza su interlocutori americani, dai media alla politica passando per il business.

Fu quindi firmato un contratto da 10 milioni di dollari a partire dal 2006, e secondo le diverse fonti interpellate dall’AP, Manafort e Deripaska mantennero poi un rapporto professionale fino al 2009.


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