Altri alloggi in Cisgiordania



TELAVIV. Lo aveva detto giorni fa e ieri il premier israeliano lo ha messo in pratica: 2500 alloggi nei “gushim”, i maggiori insediamenti ebraici già esistenti in Cisgiordania.Atre giorni dal colloquio “molto amichevole” con il neo presidente Usa Donald Trump, Netanyahu ha così dato seguito alla volontà del suo governo - ha spiegato lui stesso - di “continuare a costruire” in Giudea e Samaria, come è chiamata la Cisgiordania.

Una mossa che ha subito scatenato la protesta dei palestinesi: Nabil Abu Rudeina, portavoce del presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas), ha bollato la decisione come “una provocazione e una sfida alla comunità internazionale”, ammonendo su possibili “conseguenze”. “La scelta - ha aggiunto Rudeina all’agenzia ufficiale Wafa - ostacolerà qualsiasi tentativo di ripristinare la sicurezza e la stabilità, e promuoverà l’estremismo e il terrorismo ponendo ostacoli a qualsiasi mezzo di una parte per arrivare alla pace e alla sicurezza”.

I nuovi alloggi - come ha spiegato il ministero della Difesa presieduto dal “falco” Avigdor Lieberman - sorgeranno in gran parte negli attuali blocchi ebraici in Cisgiordania, come Ariel o Givat ZeevvicinoaGerusalemme,maaltrifuoridaquesti: circa 100 nell’insediamento di Beit El a nord di Gerusalemme e altri nei dintorni di Migron, non lontano anche questo dalla città. Per oltre 900 del totale è stato dato il via libero immediato, per gli altri oltre 1600 si è ancora nella fase di pianificazione. Fatto sta che Netanyahu ha imboccato ora con decisione la via della politica

ediliziaprimainqualchemodofrenatadalledifficoltà con la precedente amministrazione Usa di Barack Obama. A ribadirlo, la decisione del Comune di Gerusalemme di approvare la settimana scorsa la costruzione di 566 nuove case a Gerusalemme est che a dicembre passato erano state invece congelate su richiesta dello stesso Netanyahu per evitare nuove frizioni con gli Usa.

La decisione di ieri - presa insieme con Lieberman che, assieme alle case per gli insediamenti, ha anche spinto per l’edificazione di una zona industriale palestinese a Tarkumiya, a nordovest di Hebron - è avvenuta sulla scia del colloquio con Trump e in vista del prossimo incontro tra i due agli inizi di febbraio prossimo a Washington. Il premier ha sottolineato ai membri del suo governo che tutta la questione delle costruzioni deve essere presa in coordinamento con la nuova leadership americana, evitando “sorprese” che possano mettere in crisi le nuove relazioni tra i due Paesi.

Il ministro Lieberman ha giustificato la decisione di ieri con la necessità di venire incontro “alla domanda dei bisogni abitativi”. Una tesi questa respinta dai leader di “Yesha”, il Consiglio dei coloni, che hanno invece parlato di “delusione” e di “domanda inevasa”.

“Sfortunatamente - ha sostenuto l’organizzazione in un comunicato citato dai media - questo è un inganno sotto le spoglie dell’approvazione di costruzione su larga scala: in realtà, come in passato, solo poche centinaia di alloggi saranno costruiti e il resto sarà solo pianificato”.

L’Ong ‘Peace Now’ ha invece condannato con forza l’annuncio definendolo “un disperato tentativo” da parte di Netanyahu di sviare l’attenzione dalle accuse di corruzione contro di lui e dalle critiche contenute nel Rapporto del Controllore di Stato, Yospeh Shapira, sulla conduzione della guerra a Gaza del 2014.


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