Angoscia per gli italiani 


NIZZA/ANCORA 20 DISPERSI. LENTE LE PROCEDURE DI RICONOSCIMENTO


NIZZA. La storia di Marinella, dispersa duran- te la strage della Promenade des Anglais, si scio- glie in un pianto e in una manciata di secondi. Oltre le procedure della polizia francese che impongono l’esame del dna per il riconoscimento delle vittime che rallentano le speranze di un’umanità straziata, sono stati due anelli a met- tere la parola fine all’angoscia di Andrea Avagnina, consigliere comunale a San Michele di Mondovì, rimasto ferito nell’attentato. Marinella è viva, ricoverata nel reparto di rianimazione dell’ospedale Pasteur, il volto sfigurato e un sonno indotto, ma viva.

Una gioia in più e un numero in meno sull’elenco di nomi che instancabilmente gli uomi- ni dell’Unità di crisi della Farnesina con il con- sole generale italiano a Nizza Serena Lippi stan- no confrontando ormai da 48 ore. Numeri im- perfetti: 31 cittadini italiani ancora da rintrac- ciare alle 10, venti non rintracciati alle 15.30. Di questi, per una decina i familiari chiedono insistentemente notizie alla Farnesina e al con- solato generale d’Italia a Nizza. C’è chi va al consolato conservando la speranza, chi arriva con notizie frammentarie, nomi dati alla tv che non si sovrappongono alle foto.

C’è chi telefona ora dopo ora e sente scivo- lare via la speranza. Perché il tempo passa, sono ormai 36 ore, e la definizione tecnica di ‘non rintracciato’ assume contorni difficili da stabi- lire. Tra loro Carla Gaveglia, 48 anni, e Angelo d’Agostino, 71, che alle 21.30 del 14 luglio ha mandato l’ultimo sms per dire che stava guar- dando i fuochi. E sua moglie Gianna Muset 68 anni. Più le ore passano, più aumenta l’ango- scia, più si ispessisce il silenzio. E la definizione di non rintracciato perde la sua essenza di speranza e di futuro.

Dieci persone, 10 turisti italiani. Ma ancora non c’è nulla di vero, nulla di concreto. Sono ancora numeri imperfetti. Promenade des Anglais come boulevard du deuil, il viale del lutto. Lo si avverte nelle urla strazianti del padre ma- ghrebino che viene informato della morte del figlio, nelle lacrime dell’anziana signora turca

che ha perso il marito, lacrime che corrono nel piazzale antistante l’ospedale Pasteur. Da una parte i vivi, feriti ma vivi, dall’altra parte i mor- ti che ancora devono avere un nome.

E tutte le volte che un parente esce dal gran- de pallone di mattoni, dove lavorano gli psico- logi inviati dall’Unità di crisi del ministero del- l’Interno francese, sono grida disperate, che han- no lunghe eco.

Tra le lacrime ci sono quelle terribili di Alya che ha occhi grandi così: è stata salvata dal non- no, Gaetano Moscato, 71 anni e una gamba am- putata dopo l’urto con il tir guidato da Moha- mad Bouhel. Ha difeso Alya con il proprio corpo. E lei non vuole ricordare la sera dell’orro- re, si copre le orecchie con le mani e si mette a piangere disperata. “Portami via”, dice alla ma- dre Silvia. E lei l’abbraccia e se la porta lonta-

no. Alya non dimenticherà: scuote il capo ma quel ricordo non riesce proprio a scrollarlo via. Intanto in ospedale i medici continuano i prelie- vi e i confronti con i dna dei parenti che, in fila, aspettano il loro turno. Una procedura che non porta errori ma che prolunga l’agonia di chi aspetta. Ci si conta, ci si cerca. L’elenco del consolato si allunga e si accorcia, si allungano e si accorciano speranze. A sera sono ancora tutti numeri imperfetti.


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