Another round : un altro giro

"Il mondo non è come ce lo immaginiamo"





di Simona Balduzzi

Another Round ( Druk) , è l’eccellente lungometraggio del regista Thomas Vinterberg , presentato alla quindicesima edizione del Festival del Cinema di Roma (2020) e in anteprima al Toronto International Film Festival il 12 settembre 2020. Il regista viene acclamato dalla critica fin dal suo grande esordio , nel 1998 : con Festen ( Festa in famiglia ) infatti, vinse quell’anno il Premio della giuria a Cannes . Traditi fin da subito i presupposti di Dogma 95 ( movimento da lui stesso fondato e scioltosi nel 2005 ) , il pupillo di Lars Vo Trier , dà prova qui, di essere anche un’ ottimo sceneggiatore , insieme a Tobias Lindholm . Another Round , incuriosisce fin dai primi minuti , che vengono destreggiati con maestria sincopata, tra confusione e ambivalenza. I conflitti di Martin ( il protagonista) , affiorano dallo sguardo di uno dei più grandi attori europei di oggi : Mads Mikkelsen. Con i suoi occhi di ghiaccio, l’attore era già stato scelto da Vinterberg per Il Sospetto , lungometraggio per il quale Mikkelsen vinse nel 2012 , il “Prix d’interpretatiòn masculine” .In Druk , l’attore veste i panni di un personaggio di mezza età profondamente angosciato dalla routine , avendo perso sia la voglia di vivere, sia la stima per sé stesso ; a fianco della sua ottima interpretazione, quella altrettanto vivida degli attori Thomas Bo Lasen e Magnus Millang, sostenuti dalla eccellente caratterizzazione e da una sceneggiatura abilmente congegnata. I personaggi si fanno amare , in pieno ritmo narrativo, che alterna scene divertenti e profondità di sentimento . La struttura , ben delineata in tre atti, narra di quattro professori che rimangono affascinati dalla teoria del filosofo, psicologo e psichiatra Finn Skardeud, secondo il quale l’unico difetto della chimica umana , risiederebbe nell’assenza di 0,5 g di alcool nel sangue; carenza che limiterebbe l’espressione di qualità come l’entusiasmo, l’espressività, la socievolezza, l’autostima, il coraggio e la serenità. Ragion per cui , i quattro amici, raggiunta la soglia degli ‘anta’ , prendono a pretesto l’insoddisfazione di Martin , per seguire un percorso di ricerca : esaltati dall’idea di essere autori di un saggio anticonformista, che documenti l’efficacia del metodo (l’utilizzo dell’alcool appunto, a favore di relazioni e prestazioni umane più efficaci e di una vita più appagante ) , i quattro insegnanti dichiarano di ispirarsi a nomi importanti della Storia ( ad esempio Churchill). I riferimenti metaforici non mancano di certo: Martin insegna Storia ai suoi alunni ( quasi a sottolineare l’importanza e il ruolo che la narrazione ha sullo schermo , così come nella vita di ciascuno di noi). La sceneggiatura avvolge i sentimenti degli attori in un’atmosfera buia e cupa , fatta di colori grigi e spenti, come spente e amare sono le loro emozioni : l’occhio della camera, sembra ‘spiare dal buco della serratura’ le sofferenze timidamente private , che perfino gli attori sembrano non voler svelare; ottenendo ovviamente, l’effetto contrario. Non nuovo a personaggi che hanno perso l’amore per la vita e che si trovano immersi nel dilemma esistenziale, il regista non tralascia le citazioni a Kierkegard, alimentando così l’identificazione da parte di tutti noi. Si sceglie di privilegiare le immagini alle parole, che risulterebbero inutili di fronte alla sapiente orchestrazione di stacchi, raccordi e inquadrature , che premia linee visive sugli esaustivi occhi di Martin e linee d’azione con prospettive essenziali. I dettagli e le transazioni sono abilmente supportate dalle musiche, che al pari dei colori della vita, spaziano da Tchaikovsky ai The Meters , per arrivare al brano che finisce per ronzare in testa allo spettatore alla fine del film ( ‘What a life’ di Scarlet Plesaure). Non sono solo angolazioni e dissolvenze a determinare il ritmo: dall’apertura alla chiusura del film, i colori volutamente scuri dei primissimi piani , si alternano per contrapposizione ai totali che vanno in crescendo e vengono esaltati dalla luce. Il dilemma quindi è un tarlo dell’Anima , che tanto spinge per vivere, quanto necessita di controllo : in ogni caso , i protagonisti, dovranno tentare per non sentirsi ‘invisibili’ a loro stessi e al mondo.

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