Apple/Ora la «Mela» fa gola alla Gran Bretagna



LONDRA. Il caso Brexit s'incrocia, o potrebbe incrociarsi, con il caso Apple. La Gran Bretagna sa che dall'Irlanda c'è solo un braccio di mare e guarda in queste ore con l'acquolina in bocca alle possibili conseguenze della pesante bastonata fiscale da 13 miliardi di euro assestata dall'Ue alla holding che fu di Steve Jobs. Una mossa che mette in discussione la tassazione pri- vilegiata concessa da Dublino agli investitori e potrebbe indurre in ultima analisi la holding di Cupertino ad abbandonare l'isola verde. L'eventualità è ancora tutta da immaginare, in effetti. Ma Downing Street - che in parallelo potrebbe sfruttare nei rapporti commerciali con gli Usa un fallimento definitivo dei colloqui fra Washington e Bruxelles sul Ttip - sembra farvi più d'un pensierino. Lo scrive ad esempio il filo-conservatore Daily Telegraph in un'analisi collettiva firmata fra gli altri dal suo commentatore politico Christopher Hope e dal capo della redazione Tecnologie, James Titcomb. Citando fonti ministeriali, il giornale sostiene che il go- verno di Theresa May considera alla stregua di "un'opportunità" quanto sta accadendo. Una opportunità - come riecheggia l'americano Wall Street Journal - che Londra potrebbe cogliere appieno una volta completato il processo di svincolo dal Club dei 28. Offrendo magari condizioni ancor più competitive di quelle attuali a chi investe.

Ufficialmente un portavoce della May - intenzionata ad accelerare l'iter verso la Brexit dopo le cautele delle scorse settimane - è stato misurato sulla vicenda Apple. "Si tratta di un dossier che riguarda l'azienda, il governo irlandese e la Commis- sione Europea", ha tagliato corto. Ma poi, sollecitato dai gior- nalisti a dire se il Regno Unito sia interessato a dare 'asilò in futuro al colosso che produce gli iPhone, non si è fatto pregare: "La Gran Bretagna è aperta al business e noi diamo il benvenuto a ogni società che voglia inve- stire nella nostra economia e nella nostra forza lavoro", ha detto, ricordando come il Paese abbia fatto del resto segnare un record d'investimenti annuali fino all'aprile scorso. Tanto più che Londra, già 'generosa’ con l'attuale corporate tax al 20%, potrebbe puntare ad avvicinarsi alla (traballante) soglia irlandese non appena fosse libera dai vincoli delle regole comunitarie. L'ex cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, pur personalmente contrario alla Brexit, vi aveva accennato apertis verbis dopo il referendum, evocando un ulteriore taglio dell'aliquota al 17%. L'ipotesi è poi caduta lì, per ora. E in realtà pare più facile a dirsi che a farsi, tenuto conto che questa sorta di trasformazione della Gran Bretagna in un modello alla Singapore non sarebbe priva di controindicazioni: innanzi tutto per gli effetti, da verificare, su un bilancio dello Stato stressato dai segnali di rallentamento della crescita del Pil, che la transizione verso il dopo-Ue è destinata secondo la Bank of England ad approfondire almeno nel medio periodo; e poi per le conseguenze poli- tiche e sociali che rischierebbe di produrre, dando del regno quasi l'immagine di un nuovo paradiso offshore, incentivo di diseguaglianze già dilaganti. Senza contare che una sfida troppo aggressiva al resto d'Europa in termini di con- correnza fiscale impatterebbe sui negoziati per una separazione consensuale da Bruxelles, provocando rea- zioni e tagliando in modo radicale i ponti col mercato unico, lucroso per l'Isola. Tuttavia una qualche tentazione s'intravvede. E se non sarà il modello di Singapore, potrebbe essere quello del Canada la chiave di volta della strategia della May


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