Assange, stallo tutto politico

IL FONDATORE DI WIKILEAKS TRA GRAN BRETAGNA, SVEZIA E USA. CORBYN SI OPPONE ALL’ESTRADIZIONE



LONDRA. La battaglia legale come cavallo di Troia di una battaglia politica. È sempre stato così nel caso di Julian Assange, sul fronte delle accuse - o di buona parte di esse - come su quello della difesa. Ed è così più che mai sulla questione che conta, il sì o il no all'estradizione negli Usa, dopo l'arresto a Londra del fondatore di WikiLeaks e divulgatore d'imbarazzanti segreti internazionali (soprattutto americani). Una battaglia in cui scende in campo fra i primi, contro la consegna a Washington, il leader dell'opposizione laburista britannica, Jeremy Corbyn, vecchio pacifista non pentito. Anche se sul 47enne attivista australiano - finito temporaneamente da giovedì in mano alla giustizia del Regno Unito dopo i quasi 7 anni di asilo nell'ambasciata dell'Ecuador revocato con un tratto di penna dal presi- dente Lenin Moreno - torna a pendere pure la potenziale riapertura d'una seconda minaccia giudiziaria, quella legata alla non meno controversa denuncia di stupro avviata e poi chiusa dalla magistratura svedese. Un fascicolo che la procura di Stoccolma sta ora "riesaminando" - sollecitata dall'avvocato della presunta vittima, la quale sostiene di aver avuto nel 2010 una relazione consensuale con Assange, ma anche un rapporto non concordato nel dormiveglia senza condom - pur nella consapevolezza d'aver perso, dopo l'archiviazione del 2017, la corsia preferenziale rispetto all'inchiesta statunitense. Rinchiuso in una camera di sicurezza non molto più angusta della stanzetta d'ambasciata in cui aveva trovato rifugio del 2012, Assange attende di conoscere la sua sorte. E probabilmente ne avrà per mesi. Nel Regno, deve scontare una condanna non superiore all'anno di reclusione per aver violato 7 anni fa i termini della cauzione. Mentre la richiesta d'estradizione Usa fa riferimento al reato di 'pirateria informatica', dietro il quale si cela l'obiettivo di punire la diffusione ad opera di WikiLeaks dal 2010 di documenti riservati del Pentagono e di altre Istituzioni. A cominciare da quelli sottratti dall'ex militare Chelsea Manning su vari crimini di guerra attribuiti alle forze a stelle e strisce: 'colpa' che potrebbe valere al reprobo 5 anni di galera federale, e forse molti di più. Qualcosa di doveroso per Hillary Clinton, secondo cui la primula rossa "deve pagare per quel che ha fatto". Qualcosa di inaccettabile invece per Jeremy Corbyn, che a dispetto del comune sentire dell'establishment londinese e dell'immagine discussa del guru di WikiLeaks, non esita a prendere posizione: "L'estradizione di Julian Assange agli Stati Uniti per aver rivelato prove di atrocità commesse in Iraq e in Afghanistan deve avere l'opposizione del governo britannico", twitta il numero un del Labour, allegando un video sulla strage di civili d'un raid aereo Usa in territorio iracheno. Raid costato la vita, fra gli altri nel 2007, a due giornalisti dell'agenzia Reuters. Giovedì, alla Camera dei Comuni, pure la ministra ombra laburista dell'Interno, Diane Abbott, s'era espressa contro l'estradizione, ricordando come proprio Theresa May - da titolare dell'Home Office - avesse posto il veto 7 anni orsono al trasferimento agli alleati americani, già autorizzato dai tribunali, di Gary McKinnon: un hacker afflitto da autismo. Il team legale che assiste Assange fa sapere da parte sua di essere pronto a opporsi con tutti i mezzi giudiziari disponibili - sostenuto dalle proteste di difensori dei diritti umani, manifestanti impegnati in raduni in diversi Paesi del mondo e figure pubbliche come Arianna Ciccone, anima del Festival internazionale del giornalismo di Perugia - all'istanza degli Usa.Metterlo nelle mani dell'amministrazione Trump, o comunque delle autorità americane, sarebbe del resto "un precedente pericoloso", ammonisce una degli avvocati, Jen Robinson. Significherebbe aprire le porte alla caccia a "qualunque reporter" scomodo abbia "pubblicato informazioni vere sugli Stati Uniti"

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