Attriti fra Polonia e Israele



VARSAVIA APPROVA LA LEGGE SULLA SHOA. TEL AVIV: NEGANO L’OLOCAUSTO

TELAVIV. Il Senato polacco ha dato il via libera alla cosiddetta legge sulla Shoah, riaccendendo subito l’ira di Israele che ha ribadito la “sua forte opposizione” alla controversa norma, già approvata dalla Camera bassa, giudicata un caso di “negazione della Shoah”. A fianco dello Stato ebraico sono scesi in campo sia gli Usa che, dopo essersi detti “allarmati”, hanno chiesto al presidente polacco di Andrzej Duda di “porre il veto”. Anche il primo vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, pur specificando di parlare “da olandese”, ha sottolineato che “non si deve negare la Storia”. Israele per ora come reazione pratica ha spostato la visita programmata per la prossima settimana del capo della Sicurezza nazionale polacca, ma non ha richiamato - come chiesto anche da alcuni esponenti della leadership ebraica - l’ambasciatore a Varsavia. Una mossa considerata inevitabile dagli stessi, specialmente dopo che nei giorni scorsi, alla prima approvazione, il premier Benyamin Netanyahu era intervenuto con forza e aveva annunciato di aver concordato con il suo omologo Mateusz Morawiecki l’apertura di “un immediato dialogo” tra le parti “per cercare di raggiungere un’intesa riguardo la legislazione”. Il ministero degli Esteri di Varsavia ha replicato alle critiche osservando che la legge non comporta alcun limite alla libertà di espressione e alla ricerca: il suo scopo è invece lottare contro chi nega e falsifica “la verità sulla Shoah”. Poi si è augurato che questo non incida “sul partenariato strategico fra Polonia e Usa”. Ma l’ex premier di Varsavia e attuale presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, nel suo account Twitter privato, si è espresso contro la legge, affermando che “l’espressione ‘campi polacchi’ riferita ai lager nazisti” è una “spregevole diffamazione” che “danneggia il buon nome e gli interessi della Polonia” ma la norma approvata ha avuto l’effetto boomerang di “promuovere questa vile calunnia in tutto il mondo, efficacemente come nessuno ha mai fatto prima”. La legge - approvata da Senato polacco con 57 voti a favore, 23 contrari e 2 astensioni - prevede la possibilità di punire con una multa o il carcere fino a tre anni coloro che, in patria e all’estero, “pubblicamente e contro i fatti attribuiscano alla Nazione polacca o allo Stato polacco la responsabilità o la corresponsabilità di crimini compiuti dal Terzo Reich tedesco oppure i crimini contro l’umanità, contro la pace nonché altri crimini durante la guerra”. Stesse conseguenze per chi usi frasi come “campi della morte polacchi” riferendosi ai lager di sterminio nazista, come Auschwitz, situati nella Polonia occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Yad Vashem, il Museo della Shoah di Gerusalemme, ha di nuovo chiarito ieri di essere d’accordo che è “sbagliato” usare il termine “Campi della morte polacchi”, ma non sul resto. “La legge - ha insistito - mette a rischio una libera e aperta discussione sulla persecuzione degli ebrei ad opera di una parte del popolo polacco”. E il ministero degli Esteri a Gerusalemme ha detto di guardare “con grande severità ad ogni tentativo di danneggiare la verità storica. Nessuna legge può cambiare i fatti”. Il ministro israeliano Yoav Gallant l’ha definita “un caso di negazione della Shoah”, aggiungendo che “la memoria dei sei milioni di ebrei uccisi è più forte di qualsiasi legge”. Il ministro dei Trasporti Yisrael Katz ha chiesto di “agire” ritirando l’ambasciatore a Varsavia. E l’ex ministro degli Esteri Tizpi Livni ha parlato di “un doppio sputo in faccia a Israele” da parte dei polacchi.


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