Avvocata e “consigliera” arrestata

ANGELA PORCELLO METTEVA A DISPOSIZIONE IL SUO STUDIO DOVE TENEVA SUMMIT DELLA MAFIA



di Lara Sirignano

PALERMO. Spregiudicata, pronta a infrangere le regole e a mettere a disposizione dei boss la sua professione: una donna disposta a tutto, diventata per i boss agrigentini ‘consigliera’e fidata complice. L’ultima inchiesta della Dda di Palermo ha come protagonista un’avvocata, Angela Porcello, fermata ieri insieme a 22 uomini d’onore e favoreggiatori dei clan. Nell’elenco dei destinatari del provvedimento cautelare della Dda c’è anche il boss trapanese Matteo Messina Denaro, latitante ormai da 28 anni. E’ ancora lui, dicono i pm, a decidere i vertici dei clan. Per due anni, nell’ufficio della penalista si sono tenuti summit tra i vertici delle cosche agrgentine. Rassicurati dall’avvocato, i capi dei mandamenti di Canicattì, della famiglia di Ravanusa, Favara e Licata, Simone Castello, ex fedelissimo del boss Bernardo Provenzano di Villabate (Palermo) e il nuovo capo della Stidda, l’ergastolano Antonio Gallea, a cui i magistrati avevano concesso la semilibertà, si ritrovavano nello studio della Porcello per discutere di affari e vicende legate a Cosa nostra. Le centinaia di ore di intercettazione disposte nello studio penale dopo che, nel corso dell’inchiesta, i carabinieri hanno compreso la vera natura degli incontri, hanno consentito agli inquirenti di far luce sugli assetti dei clan, sulle dinamiche interne, di coglierne in diretta, dalla viva voce di mafiosi di tutta la Sicilia, storie ed evoluzioni. Ma la Porcello, accusata di associazione mafiosa, legata sentimentalmente al mafioso Giancarlo Buggea, non si limitava a ospitare i padrini in ufficio. Difensore del boss ergastolano Giuseppe Falsone si era fatta nominare legale di fiducia di altri due boss al 41 bis, il trapanese Pietro Virga e il gelese Alessandro Emmanuello, riuscendo a fare da tramite tra i tre, tutti detenuti nel carcere di Novara. Dall’indagine è emerso anche che un agente di polizia penitenziaria, durante un colloquio telefonico tra Falsone e la Porcello avrebbe consentito alla legale di portare in carcere lo smartphone di usarlo rispondendo alle telefonate ricevute nel corso dell’incontro con il boss che sarebbe inoltre riuscito a inviare messaggi all’esterno, perchè in alcuni istituti di pena non viene controllata la corrispondenza tra i detenuti al carcere duro e i propri difensori. Sfruttando questo limite nella vigilanza Falsone, attraverso il suo legale, sarebbe riuscito a fare uscire dal carcere i messaggi che, in prima battuta, essendo destinati a terzi, erano stati censurati dal magistrato di sorveglianza. Tra complicità e falle nei controlli, dunque, violare i divieti del carcere duro per i capomafia era un gioco da ragazzi. L’inchiesta racconta anche la rinascita della Stidda, potente mafia gelese che negli anni 80 dichiarò guerra a Cosa nostra. I clan si erano ricompattati attorno alle figure di due ergastolani riusciti a ottenere la semilibertà. In particolare uno dei capimafia, Antonio Gallea, mandante dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, avrebbe sfruttato i premi che in alcuni casi spettano anche ai condannati al carcere a vita, per tornare ad operare sul territorio e rivitalizzare la Stidda che sembrava ormai sconfitta. Dopo aver scontato 25 anni per l’assassinio del giovane magistrato, trucidato il 21 settembre del 1990 e da poco proclamato Beato da Papa Francesco, Gallea è stato ammesso alla semilibertà dal tribunale di sorveglianza di Napoli il 21 gennaio del 2015 perché ha mostrato la volontà di collaborare con la giustizia. Analoga la storia dell’altro boss stiddaro, Santo Rifallò, che ha scontato 26 anni, è stato ammesso al beneficio della semilibertà il 6 settembre del 2017 e autorizzato dal tribunale di Sassari a lavorare fuori dal carcere. Anche lui avrebbe mostrato l’intenzione di aiutare gli investigatori. Una “collaborazione” che la giurisprudenza definisce “impossibile”, in quanto entrambi hanno parlato di fatti già noti alla magistratura non apportando, dunque, contributi nuovi alle indagini, ma che ha consentito a tutti e due di beneficiare di premialità. Dopo essersi affrontate per anni in una guerra cruenta Cosa Nostra e Stidda avrebbero stretto una tregua decidendo di spartirsi gli affari.

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