Bce: l’inflazione all’1,8% non convince



TASSI FERMI O IN DISCESA PROMETTE DRAGHI. PER L’UE È IL MOMENTO DI AGIRE. RISCHI DALLE POLITICHE COMMERCIALI USA

ROMA. L'inflazione all'1,8% non convince la Bce, che fa argine alle pressioni per avvicinare la fine del quantitative easing facendo presagire mesi di negoziato intenso con i Paesi 'falchi'. E indica fra i rischi il vento protezionistico che spira dopo l'elezione di Donald Trump, fronte di probabili attriti politici con l'Ue nei prossimi mesi di fronte ai quali il presidente Mario Draghi sembra quasi fare un richiamo alla compattezza dei partner europei. Con una crescita nell'Eurozona a +1,7% nel 2016 e i prezzi ormai al livello desiderabile della Bce, sembra arrivato il momento della normalizzazione monetaria. Ma da Francoforte - mentre anche la Bank of England tiene i tassi fermi alzando al 2% la crescita attesa nel 2017 - arriva un invito alla cautela: "Di recente l'inflazione complessiva è aumentata" ma "le pressioni sull'inflazione di fondo restano contenute". I prezzi al netto di alimentari ed energia, cioè, fermi allo 0,9% a dicembre, non hanno "evidenziato segnali con-incenti di una tendenza al rialzo".E anche per la ripresa, che si consolida, ci sono rischi secondo l'Eurotower, non ultimo il fatto che alcuni paesi, fra cui l'Italia, sono ancora convalescenti. I tassi - promette dunque la Bce nel bollettino economico - resteranno all'attuale -0,40%, o addirit- tura scenderanno, in un orizzonte ancora ampio. E il 'tapering' - il riassorbimento graduale degli acquisti di migliaia di miliardi di debito che la Bce cerca di esorcizzare come può, anche se ormai è nel dibattito - non è dietro l'angolo: il Qe se serve andrà oltre il 2017. Pesa lo scenario politico con elezioni ad alto rischio in Francia, Olanda, Germania ma anche potenzialmente Italia. Ma anche lo scenario geopolitico sconvolto da Brexit e soprattutto da Donald Trump. Non è un caso che la Bce indichi fra i rischi per la crescita "le politiche commerciali degli Stati Uniti", e che Draghi faccia appello alla coesione, con la Casa Bianca che accusa la Germania di essere un esportatore sleale, dice apertamente di puntare ad accordi bilaterali con i singoli Paesi dell'Unione, silura i trattati Ttip e Tpp ed evoca volentieri la possibile implosione delle istituzioni europee. Se Washington pensa di dividere i membri dell'Unione e metterli contro Berlino, dunque, Draghi - dopo aver insolitamente lodato la performance economica tedesca, capace di dimezzare la disoccupazione in un decennio - ricorda che "una politica commerciale decisa in comune dà all'Europa una reale influenza nei negoziati globali",che siano bilaterali o nel Wto. Quanto sia drammatico il mo- mento lo rivela un'espressione del presidente della Bce, a Lubiana: l'integrazione europea deve trovare un "nuovo impeto" perché "non possiamo restare dove siamo", immobili davanti al bivio fra una svolta nella governance eu- ropea e il rischio di dissoluzione. "L'Europa, e ancor più l'Eurozona - dice Draghi al decennale dell'ingresso della Slovenia - si trova dinanzi al momento della decisione" e abbandonare l'euro "non è la risposta". E l'invito a riprendere l'unione bancaria, e persino il progetto di governance comune della politi- ca economica, proprio quando lespinte centrifughe si fanno sempre più forti fino a mettere a rischio la sopravvivenza del progetto europeo. E chissà se i leader europei lo coglieranno. L'appello di Draghi da Lubiana per un'accelerazione verso una maggiore integrazione europea riceve un insolito plauso dal quotidiano tedesco Handelsblatt, che definisce il numero uno della Bce "l'anti-Trump". Mentre alla politica attuale manca una visione che infonda coraggio, e le uniche alternative sono il pragmatismo di Angela Merkel o la cattiveria di uomini come Donald Trump, Draghi "riempie il vuoto lasciato dai po- litici", sottolinea il giornale economico.


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