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Bimbo tolto alla «coppia diabolica»


AGGRESSIONI CON ACIDO/I GIUDICI HANNO DECISO DI DARE IL PICCOLO IN ADOZIONE PERCHÈ «CRESCA SANO»


MILANO. È stato dato in adozione perché possa crescere "sano" ed è stato tolto ai suoi genitori, che hanno personalità "patologiche" e sono legati dalla "perversione", il figlio di Martina Levato e Alexander Boet- tcher, i due ormai ex 'amanti diabolici’ in carcere da quasi due anni e condannati per le aggressioni con l'acido. Lo ha stabilito il Tribunale per i minorenni di Milano che ha dichiarato "lo stato di adottabilità" del piccolo, che ha quasi 14 mesi, disponendo anche da subito la "col- locazione", a cura del Comune di Milano, tutore provvisorio, "presso famiglia scelta da questo Tribunale fra quelle idonee all'adozione". In 31 pagine, nelle quali in sostanza fa a pezzi la capacità di essere genitori dei due giovani ma anche quella "accuditiva" dei nonni, basandosi su una consulenza d'ufficio di due psichiatre i cui esiti erano già emersi nei mesi scorsi, il collegio, presieduto da Emanuela Gorra, oltre a stabilire la sospensione per la coppia "della responsabilità genitoriale sul figlio", ha decretato la "immediata sospensione di ogni rapporto, anche indiretto del minore con i familiari", nonni compresi. Accolta in toto, dunque, la linea del pm minorile Annamaria Fiorillo. Finora il bimbo - che subito dopo la nascita, il Ferragosto del 2015, era stato tolto alla madre - dopo essere stato collocato provvisoriamente in una 'casa famiglia’ in attesa dell'esito del procedimento, veniva portato da operatori in carcere, a scadenze più o meno regolari, per gli incontri con i genitori. Martina, che aveva chiesto di essere trasferita da San Vittore ad un Icam (Istituto di custodia attenuata per madri detenute) assieme al figlio, non si arrende e, attraverso il suo legale, l'avvocato Laura Cossar, presenterà ricorso in appello. Alex, invece, difeso da Valeria Barbanti, dopo aver chiesto che il piccolo venisse affidato alla nonna paterna, valuterà se impugnare o meno il provvedimento. "La consapevolezza della sofferenza umana che provoca tale decisione, non fa venire meno la soddisfazione per la decisione del Tribunale per i minorenni che ha fatto giustizia", ha commentato il pm Marcello Musso, titolare dell'inchiesta che ha portato alle condanne. Il magistrato, il 17 agosto 2015, due giorni dopo la nascita del piccolo, era andato alla clinica Mangiagalli di Milano a fargli visita portando in regalo un paio di scarpette accompagnate da un biglietto con su scritto: "Con infinita tenerezza per un lungo cammino". I giudici nella sentenza, arrivata dopo oltre un anno dall'inizio del procedimento,dopo aver ripercorso la vicenda giudiziaria e quei blitz a colpi di acido per "purificare" Martina dai suoi tradimenti (due i giovani sfigurati, uno anche vittima di uno scambio di persona), evidenziano "l'inadeguatezza di entrambe le figure genitoriali nel rapporto con il bambino, la grave patologia dei loro assetti personologici, la perversione che sottende il loro legame". E a nulla è servito il cambiamento dell'ex studentessa bocconiana negli ultimi mesi, la dissociazione da Alex e l'accusa: "Era lui il regista". La giovane, infatti, come scrive il collegio, ha un "limite" che le "impedisce" di assumere il "peso psichico reale della re- sponsabilità", tira in ballo l'ex amante ma "il bambino non viene nemmeno citato quando con la sua metamorfosi" ha "deciso, al- meno a parole, di liquidare il padre". Per i giudici "l'assenza" del figlio "dalle riflessioni della Levato" è "un segno tangibile di un vuoto" e la stessa "osservazione della relazione" tra madre e bimbo "ha peraltro mostrato significative criticità, da ritenersi motivo di rischio evolutivo per il minore". La personalità "patologica" di Martina, ribadiscono i giudici, può costituire "grave pregiudizio". Dall'altro, la "interazione" tra Alex, che continua a professarsi innocente, e il figlio è "caratterizzata da assenza di em- patia e di sintonizzazione affettiva". E, più in generale, il Tribunale mette in luce "la preoccupante mancanza di capacità critica e di riflessione rispetto alle proprie fragilità da parte di tutti i familiari", nonni compresi, che "costituisce elemento ostacolante ed, ancor più, impeditivo di ogni possibile futuro cambiamento e miglioramento della relazione"


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