Blair sapeva delle torture


LONDRA/LA GRAN BRETAGNA EBBE UN RUOLO NELLE OPERAZIONI DI «RENDITION» CONDOTTE DAGLI USA


LONDRA. È scritto nero su bianco: la Gran Bretagna ebbe un ruolo nelle torture e nelle cosiddette operazioni di "rendition" condotte dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre per contrastare il terrorismo internazionale.

A stabilirlo una volta per tutte e "fuori di dubbio" è stata la Intelligence and Security Committee (ISC), commissione del Parlamento di Westminster che vigila sull'operato dei servizi segreti. Secondo il rapporto principale, redatto da deputati e lord, gli 007 britannici hanno collaborato con i colleghi americani e di altri Paesi alleati in 232 casi in cui era noto il maltrattamento dei prigionieri sospettati di aderire ad organizzazione terroristiche, in particolare Al Qaida. Nonostante conoscessero i metodi che venivano usati - un "trattamento inescusabile", lo definiscono i membri della commissione -, i funzionari del Regno hanno comunque continuato a sotto- porre domande agli agenti che sotto tortura cercavano di raccogliere informazione dai prigionieri.

Gli anni in cui si è ricorso a questi metodi illegali e contrari alle convenzioni internazionali, sottoscritte dalla stessa Gran Bretagna, coprono circa un decennio, dal 2001 al 2010. Quindi, non solo il periodo in cui era primo ministro il laburista Tony Blair, noto per la sua vicinanza agli Usa di George W. Bush sia nella guerra all'Iraq che contro Al Qaida, ma anche il suo successore, Gordon Brown. Dal rapporto emerge che l'MI5 e MI6, i servizi segreti britannici rispettivamente per l'interno e per gli esteri, hanno offerto il loro aiuto diretto in almeno tre 'rendition', le operazioni di sequestro e trasferimento condotte dagli agenti americani contro sospetti terroristi, in collaborazione con Paesi alleati.

Si parla inoltre di 13 casi in cui gli 007 di sua maestà erano testimoni mentre si compivano torture e maltrattamenti di fronte ai loro occhi, e dell'assidua presenza di personale britannico (dei servizi e militari) nel carcere di Guantanamo durante gli interrogatori. I fatti emersi, di cui in parte si era a conoscenza da tempo e che erano stati anche al centro di casi legali, hanno scatenato una serie di reazioni politiche. Ha cercato di minimizzare la premier conservatrice Theresa May, secondo cui gli agenti britannici si sono venuti a trovare in un contesto "nuovo e difficile, per il quale non erano preparati". Mentre si è levato un appello 'bipartisan', da parte del deputato Tory, Ken Clarke, e della lord laburista, Sharmishta Chakrabarti, per avviare una inchiesta indipendente sul ruolo britannico nella cosiddetta 'guerra al terrorismo’. Nel commentare il rapporto, Clarke ha sottolineato che in tutti questi anni il governo non ha agito per fare piena luce su quanto accaduto e che ora è necessario arrivare fino in fondo. D'accordo si è detta anche l'organizzazione umanitaria internazionale Reprieve, secondo cui il lavoro fatto dall'ISC è importante ma troppo limitato: serve invece una inchiesta guidata da un giudice.


ITALIAN LANGUAGE DAILY NEWSPAPER

PUBLISHED BY GRUPPO EDITORIALE OGGI

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Tutti i diritti riservati @ GRUPPO EDITORIALE OGGI e A SOAKING MEDIA