Brexit: la crisi diventa farsa

EUROPEE/ELEZIONI SOTTOTONO NEL REGNO. MAY SI BARRICA IN ATTESA DI TRUMP

di Alessandro Logroscino


LONDRA. Un voto sottotono, affrontato da una minoranza di elettori come surrogato di una nuova sfida sulla Brexit e ignorato da molti altri sullo sfondo del caos di una crisi politica che si colora di ora in ora dei toni della farsa. E' stata un'atmosfera per certi versi surreale quel- la che ha segnato ieri la partecipazione dei britannici alle Europee, apripista assieme agli olandesi di un appuntamento con le urne tirato per i capelli: frutto solo ed esclusivamente dell'impasse parlamentare nel Regno sul divorzio da Bruxelles decretato in teoria tre anni fa dal referendum del giugno 2016. Un'impasse deflagrata nell'implosione del governo Tory di Theresa May, dopo l'ultimo fallimentare tentativo della premier di portare a casa un compromesso trasversale a Westminster per ratificare l'uscita dall'Ue attraverso una legge quadro annunciata per la settimana dl 3 giugno e ieri già rinviata a data da destinarsi. Immortalata mercoledì in lacrime nella vettura che la riportava a Downing Stre et nel pieno di una giornata segnata dall'accelerazione della congiura contro di lei in seno al gruppo parlamentare del partito (e al suo spietato braccio organizzativo, il Comitato 1922), nonché allo stesso governo, la May resta tuttavia ancora barricata dietro il portoncino al numero 10. Con l'intenzione di resistere almeno fino alla visita di Stato a Londra del presidente Usa, Donald Trump, in calendario dal 3 al 5 giugno. Oggi riaffronta faccia a faccia il presidente del Comitato 1922, Graham Brady, pronto a formalizzare la sfiducia alla sua leadership ormai di gran parte dei deputati conservatori. E le attese restano per l'indicazione d'una data per l'uscita di scena: forse il 10 giugno. Ma intanto i preparativi per la contestata visita di Trump proseguono. E almeno fino a quel momento il primo ministro sarà ancora lei, come le ha assicurato in mattinata il titolare degli Esteri, Jeremy Hunt, considerato uno dei promotori dei tentativi di convincere la caparbia lady Theresa a farsi da parte, oltre che come un potenziale aspirante alla successione in alternativa al più popolare (ma anche più divisivo) Boris John- son. Non solo: digerite mercoledì sera le dimissioni della ministra dei Rapporti col Parlamento (Leader of The House), la brexiteer Andrea Leadsom, altra candidata a rubarle la poltrona, May ha provveduto pure a un mini rimpasto lampo, come se nulla fosse. Sostituendo in par- ticolare la Leadsom con una figura di secondo piano, il moderato Mel Stride, già numero due al Tesoro. E mentre i palazzi del potere appaiono in preda alle convulsioni, i seggi si chiudono. I dati ufficiali sull'affluenza, come i risultati dello scrutinio, si sapranno a partire da domenica sera, con quelli degli altri 27. Ma a giudicare dalle immagini di ieri l'ipotesi di un'impennata significativa della partecipazione rispetto al tradizionale diserzione di massa british delle consultazioni europee non pare confermarsi. Anzi, si segnala la polemica di una frangia di cittadini Ue residenti sull'isola, inclusi alcuni italiani, che non hanno votato (o hanno potuto farlo soltanto a colpi di protesta) non risultando registrati nelle liste britanniche malgrado la spedizione del modulo necessario. In realtà il caso - per quanto imbarazzante - resta marginale e di impatto statisticamente irrisorio, stime alle mano, sull'esito elettorale complessivo. Esito che i sondaggi pronosticano roseo, attorno a un clamoroso 30% di consensi, per il Brexit Party di Nigel Farage, abilissimo nell'intercettare con una nuova crea- tura politica post ideologica sia i sentimenti di collera per il 'referendum tradito' sia il più generico disgusto per la palude politica di Westminster. Ma che potrebbe rivelarsi positivo sul fronte opposto pure per gli altrettanto monotematici LibDem, europeisti e pro referendum bis senza compromessi. Mentre si annuncia negativo per il Labour di Jeremy Corbyn e i suoi equilibrismi. E catastrofico, forse addirittura sotto il 10%, per un Partito Conservatore guidato ormai solo nominalmente dalla May, che non aspetta altro se non di regolare i suoi conti interni.

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