Bugie, video, inchieste scandali, offese e colpi bassi Cronaca della campagna più velenosa della sto



WASHINGTON. Fino alla fine. Anche nelle arringhe finali dei candidati alla Casa Bianca sono le divisioni, la rabbia, il veleno emersi in questa campagna a fare da sfondo. Perché la strada fin qui è stata un continuo scambio di accuse, colpi bassi, offese e scandali, rendendola il “match” elettorale più aspro di sempre, nel quale ha finito per trovarsi imbrigliato anche l’Fbi.

A posizionare l’asticella è stata sufficiente la discesa in campo di due “supercandidati” quali Hillary Clinton e Donald Trump: da una parte l’ex First Lady con il suo bagaglio di vita pubblica, il passato, la diffidenza. Dall’altra l’outsider miliardario, esuberante e da subito determinato a lanciare la sua guerra contro il politicamente corretto.

Così, se la rivelazione del New York Times su indirizzo e-mail e server privati utilizzati dall’exsegretario di Stato ha perfino preceduto l’annuncio della candidatura di Hillary, il tycoon ha esordito con dichiarazioni shock quando nell’annunciare la sua corsa per la Casa Bianca ha promesso la costruzione dell’ormai famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, additando i messicani come criminali e stupratori. Poi la proposta di negare l’ingresso negli Usa a tutti i musulmani come risposta alla minaccia terroristica. Niente però rispetto agli attacchi personali, già leitmotiv delle primarie, dagli scontri con Marco Rubio caduti anche nella sfera dei doppi sensi, alle offese contro Carly Fiorina (“candidata con quella faccia?”), fino agli sgambetti fatti a Ted Cruz quando era rimasto l’unico a contrastarne la corsa. Archiviate le primarie, il tycoon ha preso a twittare (anche nel pieno della notte): critiche e insulti in pillole senza risparmiare nessuno (il New York Times li ha raccolti in un paginone). Clinton però non è stata da meno quando ha chiamato “deplorevoli” i sostenitori di Trump, metà del Paese di fatto, attirando così su di sé una valanga di critiche. Per la candidata democratica è stato però il passato a ripresentarsi come un incubo ricorrente e una minaccia concreta per le sue aspirazioni presidenziali, a partire dai sospetti sulla Fondazione Clinton e i suoi rapporti con Paesi donatori dalla condotta dubbia, anche quando Hillary guidava il dipartimento di Stato. Le ultime settimane della corsa sono state quelle più esplosive: Trump era in rimonta e sperava ancora quando a fine settembre il Washington Post è venuto in possesso e ha pubblicato quel video del 2005 in cui Trump si abbandonava a frasi oscene circa il suo comportamento sulle donne. Quindi l’effetto domino con l’emergere di testimonianze di donne che accusano il tycoon di averle aggredite. Una dopo l’altra per giorni e Trump perde terreno, ma soltanto fino alla “sorpresa di ottobre”, per mano del direttore dell’Fbi James Comey, che comunica al Congresso di voler di fatto riaprire l’inchiesta sull’emailgate (chiusa a luglio con Clinton “scagionata”) quando mancano soltanto 11 giorni all’election day. Il tycoon esulta, Hillary è furiosa. Tanto più che il tutto nasce dalla necessità di esaminare migliaia di e-mail emerse dal laptop di Anthony Weiner, ex deputato democratico caduto in disgrazia per motivi di “sexting” (finito sotto inchiesta per aver scambiato messaggi a sfondo sessuale con una 15enne) e marito separato di HumaAbedin, braccio destro di Hillary. Comey è nella bufera e il caso si “richiude” in pochi giorni, con una rapidità inimmaginabile in circostanze “normali”. E l’America resta basita, chiamata alle urne mentre si guarda in questo specchio in cui stenta a riconoscersi.


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