• Redazione

Caos Brexit, Honda lascia

LONDRA/IL COLOSSO NIPPONICO DELL’AUTO SI APPRESTA A CHIUDERE LO STABILIMENTO

di Alessandro Logroscino


LONDRA. Il piano A di Theresa May resta in alto mare, appeso alle divisioni d’un Partito conservatore finora refrattario agli appelli della premier all’unità. Il piano B di Jeremy Corbyn rischia d’essere minato ancor prima di prender quota addirittura da una scissione interna al Labour. E intanto Honda, colosso nipponico dell’auto, si appresta a chiudere nel 2022 in terra britannica il suo stabilimento di Swindon, ultima di una lista di aziende internazionali intenzionate a far le valigie per ragioni che, almeno in parte, non possono non risentire dei timori di un’uscita senz’intesa (no deal) del Regno Unito dall’Ue. Sono i tre scatti che sintetizzano da Londra la sequenza del caos sulla Brexit. Un caos ancora tutto da dipanare, in attesa della speranza d’un accordo di divorzio accettabile - sia dai 27 sia dal Parlamento di Westminster - che i ministri Jeremy Hunt, Stephen Barclay e Geoffrey Cox hanno ripreso in queste ore a negoziare a Bruxelles per conto del governo May, senza segnali di svolta. E sul quale si è abbattuta ieri sera l’anticipazione della notizia del passo indietro che la Honda intende formalizzare oggi: con l’annuncio della smobilitazione entro meno di quattro anni dell’impianto inglese da cui sforna il modello Civic e del conseguente addio a 3.500 posti di lavgata al contesto del “mercato globale” e alla necessità di tornare a concentrare le attività in Giappone, si affrettano a precisare fonti politiche britanniche. Ma che - come già nel caso della rinuncia recente di Nissan a produrre a Sunderland il nuovo suv X-Trail o come in quello del trasloco di Panasonic e Sony di parte dei loro uffici europei ad Amsterdam - appare anche un’evidente risposta precauzionale all’incognita Brexit. A scanso di equivoci e guai. Equivoci e guai che imperversano nel frattempo sul mondo politico dell’isola. Dove le spaccature in casa Tory s’incro- ciano con quelle della parrocchia laburi- sta, teatro d’una prima (mini) defezione collettiva. La rottura, tutt’altro che inattesa, ma a suo modo storica, è stata consumata da sette deputati dell’ala centrista e liberal, in polemica con la leadership neosocialista di Corbyn. Tutti pro-Remain irriducibili e tutti attestati sulla linea del Piave di un secondo referendum sull’Ue. I dissidenti sono Chuka Umunna - evocato per un effimera stagione dai media del Regno come un potenziale ‘Barack Obama britannico’ - Chris Leslie, Angela Smith, Mike Gapes, Gavin Shuker, Ann Coffey e Luciana Berger. Un partitino in fieri costituitosi per ora come Gruppo Indipendente ai Comuni. A Corbyn i sette ribelli hanno rimproverato un po’ di tutto: dalla posizione sulla Brexit ritenuta non sufficientemente pro- Ue, all’inazione contro “l’antisemitismo istituzionalizzato” denunciato in settori del partito; dall’ideologia a loro dire “ristretta e datata” della sua svolta verso “l’estrema sinistra”, al pacifismo di una politica estera considerata poco interventista ri- spetto a “Russia, Siria e Venezuela”; fino agli atteggiamenti “intimidatori”, quasi da culto della personalità, imputati ad attivisti a lui vicini. Il leader si è limitato a dirsi “deluso”, ricordando come la sua linea sia stata sancita da vari congressi e da un aumento di voti alle elezioni politiche del 2017 che non si vedeva dal ’45. Mentre il partito si è diviso fra le reazioni sdegnate di chi - come i giovani ultrà dello Youth Labour o del movimento Momen- tun - hanno liquidato i fuoriusciti come “blairiani” falliti, se non come “traditori”; e quelle costernate di voci pure critiche verso Corbyn - ad esempio il sindaco di Londra, Sadiq Khan - che tuttavia hanno deplorato la frattura come un favore indiretto ai Tories, un aiuto a restare al potere. Di certo c’é che la scissione sembra poter mettere i bastoni tra le ruote a Corbyn: atteso giusto giovedì a Bruxelles da colloqui paralleli a quelli del governo May con i negoziatori Ue sul suo piano B per una Brexit alternativa, più soft, che lasci Londra almeno nell’unione doganale. Mentre secondo commentatori come Robert Peston, potrebbe paradossalmente allontanare ancor di più, a colpi di frammentazione, quella rivincita referendaria che i suoi promotori invocano.

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