Catalogna: tre giorni alla resa dei conti



INDIPENDENZA/MADRID INVIA MIGLIAIA DI AGENTI. BARCELLONA: VOGLIONO LO SCONTRO

BARCELLONA. Mancano tre giorni alla resa dei conti fra Madrid e Barcellona sul referendum di indipendenza, dichiarato "illegale" dal premier spagnolo Mariano Rajoy, deciso a ricorrere ad "ogni mezzo" per impedirlo. Da tutta la Spagna stanno affluendo in Catalogna migliaia di agenti di Policia Nacional e Guardia Civil. In alcune città andaluse sono stati acclamati dalla folla al grido di "A por ellos" ("Dateci dentro") in un clima da spedizione coloniale che ha scioccato molti catalani. Incertezza e tensione sono a livelli di guardia. Non si sa come andrà a finire domenica il voto e forse meno ancora che cosa succederà 'il giorno dopo’. Secondo il presidente catalano Carles Puigdemont la decisione del governo spagnolo di impedire il referendum sta rafforzando il sostegno al voto in un modo tale che le istituzioni europee non potranno ignorare. Al tempo stesso Puidgemont ha accusato la l'Europa di aver finora fatto "orecchie da mercante" sul desiderio dei catalani di votare sull'indipendenza. In una intervista alla Ap, Puigdemont ha inoltre affermato che la Commissione europea ha voltato le spalle ai catalani non difendendo i fondamentali diritti di tutti i cittadini europei davanti alle controverse misure adottate dai tribunali e dalle autorità spagnole per impedire il voto. La procura spagnola - dopo perquisizioni, sequestri, arresti e denunce penali - ha ordinato alla polizia regiona- le, i Mossos, di recintare i seggi e sigil- larli, allontanare chi vi si troverà, sequestrare urne, schede, computer, impedire qualsiasi tentativo di votare anche in strada "nel raggio di 100 metri". Barcellona però continua a garantire che "si voterà" e prevede che centinaia di migliaia di cittadini andranno ai seggi o almeno cercheranno di farlo. L'82% dei 7,5 milioni di catalani è per il 'diritto di deciderè, il 61% dice che voterà. Un cocktail che potrebbe rivelarsi esplosivo. Non è chiaro come si comporteranno i 17mila Mossos, che dipendono dal governo catalano ma sono anche agli ordini della procura. Il loro capo, Josep Lluis Trapero, ha obiettato ieri che gli ordini della procura comportano "rischi per la sicurezza dei cittadini" e problemi "di ordine pubblico". Se non saranno loro ad agire, entreranno probabilmente in azione gli agenti spagnoli. E c'è chi non esclude possibili tensioni fra Mossos e polizia spagnola. Il ministro degli Interni catalano Joaquim Forn ha accusato Madrid di mandare rinforzi in massa perché "vogliono che ci siano tumulti, non manifestazioni pacifiche", come sono state finora: "Lo cercano, la polizia che hanno mandato viene con questa volontà evidente". Ma al di là del sicuro clima elettrico della giornata, politicamente dome- nica potranno verificarsi due scenari alternativi. O Rajoy riuscirà ad impedire manu militari - ha garantito infinite volte che "il referendum illegale non si farà" - che un numero significativo di schede possa finire nelle urne. O Puigdemont potrà presentare al mondo il voto di una percentuale accettabile per il 'sì', rafforzando le carte che avrà in mano per il 'dopo’. Da qui gli scenari sono ancora più imperscrutabili. La sola cosa sicura è che la frattura emersa fra la Catalogna e il resto della Spagna sarà difficile da ricomporre. Dal 2 ottobre inizierà la parte forse più difficile. In teoria se dalle urne uscirà un 'sì' credibile Puigdemont dovrebbe aprire la transizione verso la 'Repubblica catalanà. Mentre se il referendum sarà com- pletamente deragliato potrebbe tentare la fuga in avanti con una 'Dui’, Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza. Scatenando certamente una reazione ancora più dura di Madrid, che ha già minacciato di arrestarlo. Ma ieri il 'President' non ha escluso una terza via: che il 2 si possa aprire una 'pausa’ per una mediazione internazionale. Che però finora nessuno ha tentato.


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