Cinecittà diventa Vaticano

LE RIPRESE DI “THE NEW POPE” LA SERIE TV CREATA E DIRETTA DA SORRENTINO

di Alessandra Magliaro


ROMA. San Pietro confina con la casa del Grande Fratello, sacro e profano sono a pochi metri. Accade a Cinecittà Studios dove si gira The New Pope, la serie creata e diretta da Paolo Sorrentino, la seconda ambientata in Vaticano dopo The Young Pope vista in 154 paesi. Abituati ad antichi romani e a scene belliche, gli abitanti dei palazzi dietro la Tuscolana non ci hanno fatto caso più di tanto a questa nuova costruzione sulla collinetta in fondo agli stabilimenti fondati dal Duce. La vista da sotto invece è impressionante: la ricostruzione della facciata con il balcone è proprio come ti aspetti che sia il set di un film, vera nel dettaglio, finta nell’impostazione e infatti dietro è vuota, anzi confina con un altro set ora dismesso (Assisi). Si sale su una scala di ferro, si spostano lunghissime tende bianche svolazzanti e improvvisamente ci si immerge in un’atmosfera religiosa e sembra di essere sul balcone dell’Angelus. La Cappella Sistina, ricostruita nel teatro 16, è in scala reale - 40 metri per 13.50 - e il pavimento cosmatesco è impressionante, il controluce esalta gli innumerevoli tipi di marmo riprodotti, stampati su linoleum. La produzione originale Sky con Hbo e Canal+ realizzata da Wildside non ha potuto girare nei luoghi veri, “cosi - racconta sul set la scenografa Ludovica Ferrario - siamo andati al Vaticano armati di strumenti per misurare le proporzioni ma ci hanno cacciati. Ci siamo tornati in incognito, mescolandoci ai turisti”. Nel teatro 5, il più grande d’Europa, la Pietà di Michelangelo è perfetta, a grandezza naturale, solo il calore del materiale (resina) esclude la verità perlomeno del marmo. “Le nuove tecnologie aiutano, simulano in 3d in fase progettuale per le copie dei modelli, poi certo il resto è artigianato, una tradizione cinematografica vanto mondiale e che è possibile solo in produzioni grandi come questa”, aggiunge la Ferrario che guida un team di decine di persone tra falegnami, stuccatori, pittori, arredatori che hanno lavorato per oltre 6 mesi solo alla preparazione. “La nostra missione è la verità architettonica, mentre la finzione è mescolare interno di un posto ed esterno di un altro come sempre nel cinema”, spiega. Interni ed esterni di San Pietro, interni ed esterni della Cappella Sistina, interno della Biblioteca Papale: tutto è maniacalmente ricostruito in migliaia di metri quadri. Il reparto dei costumi, con tutto quel rosso cardinalizio, sembra un museo vaticano: “abbiamo avuto il permesso di visitare i magazzini dei tessuti del Vaticano” racconta orgoglioso dei complimenti Carlo Poggioli, costumista della serie con Luca Canfora. 4500 costumi, 1100 paia di scarpe sono alcuni dei numeri kolossal della produzione internazionale prodotta da Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside in nove puntate. “Tutto è ricamato a mano, e su misura per il cast”, spiega Poggioli indicando le file ordinatissime e numerate (“altrimenti la mattina qui è il caos”): di qua le suore di clausura in bianco, di là in nero, più avanti in grigio. John Malkovich ha, nel corso della serie, 64 cambi con velluti e broccati, “Paolo Sorrentino è maniacale, bisogna essere perfetti anche su orli e stiratura”. Oltre al laboratorio della produzione cosi appoggia a eccellenze italiane esterne come la sartoria napoletana Attolini che veste i Windsor e collabora da anni con il regista: “abbiamo incontrato Malkovich a Parigi una prima volta per dargli un’idea, lo abbiamo conquistato con queste stoffe meravigliose, poi a Napoli ha scelto personalmente accessori, sciarpe, cravatte. Anche Jep Gambardella-Toni Servillo della Grande Bellezza era vestito da loro. La sartoria vaticana Ety Cicioni è un’altra delle aziende esterne eccellenti: ha fornito i vestiti clericali di Malkowich e Jude Law. Tra i due una gara (“con gelosie - confessa Poggioli) di eleganza: lo young pope Law vanta anche un abito Armani e scarpe di Louboutin. “L’idea - spiegano i costumisti - è di restituire al cinema una magia particolare che solo l’artigianalità e la qualità possono dare, sono cose eccezionali, non per tutte le produzioni ma qui sono la regola”. Ecco così che il papa dandy Malkovich ha per gli abiti borghesi le scarpe di Church’s e le vestaglie da gran signore come quelle di Rubelli, che utilizza ancora antichi telai. Altre pregiate stoffe sono state recuperate tra le più famose aziende di Como. Alcune vestaglie sono invece della ditta inglese New e Lingwood. Inoltre, per una vestaglia in particolare, è stato usato un velluto in seta su cui due artigiane di Venezia, le sorelle Adriana e Aglaia Minelli, hanno impresso stampi in legno realizzati apposta seguendo un disegno di Poggioli e Canfora, utilizzando un metodo antico fatto completamente a mano. Metodo che utilizzava Maria Monaci Gallenga, artista dei primi del ‘900. L’antica ditta Pieroni, e anche Borsalino, hanno realizzato i cappelli.

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