Condannati gli imputati chiave


STATO-MAFIA/CI FU TRATTATIVA, L’IMPIANTO DEI PM CONFERMATO DAL VERDETTO


PALERMO. Che non sia stata una camera di consiglio “sofferta” lo dicono le pene: pesantissime. Segno evidente di un’unanimità nella valutazione dei fatti. Cosa sia accaduto nei cinque giorni in cui la corte d’assise di Palermo ha deciso le sorti del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia non si saprà mai. Ma il verdetto parla chiaro: la Procura ha vinto, tutti gli imputati chiave, tranne l’ex ministro Nicola Mancino, sono stati condannati.

L’impianto dei pm è stato confermato dal verdetto, un verdetto pensato nei particolari, fatto di importanti distinzioni temporali e di ruoli che fanno pensare ad una riflessione condivisa su centinaia di esami testimoniali e decine di migliaia di pagine di atti. La trattativa, termine sempli- cistico che traduce una contestazione ben più complessa, ci fu. E a portarla avanti furono, fino al 1993, i vertici dei carabi- nieri del Ros, e, successivamente Marcello Dell’Utri. Giuridicamente il reato di trattativa non esiste. Agli imputati si contestava la minaccia a Corpo politico dello Stato aggravata.

In sintesi Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, ufficiali dei carabinieri, si fecero portatori presso le istituzioni del messaggio dei clan, un messaggio intimidatorio fatto di stragi e morti e volto a indurre lo Stato a più miti consigli nella politica di contrasto a Cosa nostra. Perciò concorrono nell’accusa con i capimafia. Perché “trattando” e dialogando con i mafiosi, per il tramite del sindaco Vito Ciancimino, e “rappresentando” le loro istanze al governo, di fatto rafforza- rono e aiutarono Cosa nostra.

Dal ‘93 il ruolo di “cinghia di trasmissione” tra clan e pezzi di Stato fu ricoper- to da Marcello Dell’Utri. Allora il premier era Silvio Berlusconi e a essere condizionato dalle minacce mafiose fu il suo go- verno. La ricostruzione dei giudici è que- sta e le pene sono esemplari: 12 anni a Mori, Subranni, Dell’Utri e al boss Anto- nino Cinà, medico di Riina e uomo del papello, l’elenco con le richieste del boss allo Stato per fare cessare le bombe.

Ventotto anni al capomafia Leoluca Bagarella, cognato del padrino corleonese uscito dal processo con una dichiara- zione di estinzione del reato per morte del reo. Otto anni a De Donno, l’ufficiale che con Mori incontrava Ciancimino a Roma. Sorte diversa per l’altro imputato eccellente: Nicola Mancino, che rispondeva di falsa testimonianza. Assolto con for- mula piena: non mentì ai giudici negando di avere saputo da Claudio Martelli degli incontri tra il Ros e Ciancimino fin dal ’92. “Sono contento, è la fine di una grande sofferenza”, ha commentato l’ex ministro dc.

E sotto i “colpi” del lungo verdetto della corte “cade anche Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco, imputato di calunnia all’ex capo della polizia De Gen- naro e concorso in associazione mafiosa. Otto anni per il primo reato, assoluzione per l’altro, segno che, per la corte, il figlio

di don Vito più che postino e intermediario del padre non era. Prescritte le accuse per il pentito Giovanni Brusca, quello che definì Mancino “terminale della trattativa”. Resta da capire, in una sentenza destinata ad avere un ruolo importante nel dibattito politico attuale e definita dal gril- lino Di Maio il segno della morte della prima Repubblica, chi furono i referenti politici del Ros.

Se a Berlusconi e al suo Governo il riferimento è chiaro, con quale copertura istituzionale trattarono prima del ’93 i vertici del Ros? Scalfaro? Conso?, accusati nemmeno tanto velatamente in tutto il dibattimento di aver fatto indicibili concessioni alla mafia, ad esempio sul carcere duro. Saranno le motivazioni a chiarire il ragionamento e le ricostruzioni della cor- te. Oggi restano le reazioni delle parti: “Siamo stupefatti, è una sentenza in conflitto con un verdetto definitivo”, dice l’avvocato di Dell’Utri, mentre il legale di Mori accusa la corte di scarsa obiettività. “La sentenza del Tribunale di Palermo appare del tutto sconnessa dalla realtà” dice il parlamentare di Fi e legale di Silvio Berlusconi Nicolò Ghedini.

“Se fosse vero l’assunto accusatorio per cui è così soddisfatto il dottor Di Matteo, è evidente che il Presidente Berlusconi è persona offesa dal reato quale presidente del Consiglio dei Ministri dell’epoca così come ribadito dal Tribunale di Palermo”. Di segno opposto le reazioni dei pm: “La trattativa è provata - spiega Vittorio Teresi, il più anziano dei magistrati dell’accusa”. Mentre Nino Di Matteo definisce Dell’Utri “cinghia di trasmissione tra mafia e Berlusconi”. Non solo il Berlusconi imprenditore, ma anche quello politico.


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