Condannato il kickboxer



TERRORISMO/SEI ANNI A MOUTAHARRIK, IL MAROCCHINO LEGATO AL “CALIFFATO”

MILANO. Sei anni di reclusione perAbderrahim Moutaharrik, il marocchino campione di kickboxing finito in carcere nell’aprile dello scorso anno con l’accusa di terrorismo internazionale per presunti legami con l’Isis, e 5 anni per sua moglie Salma Bencharki. Sono queste le pene inflitte nel processo con rito abbreviato dal gup di Milano Alessandra Simion, che ha condannato anche altri due presunti terroristi: un’altra donna e un giovane, anche lui originario del Marocco come gli altri tre e fratello di un “martire” del “califfato” morto in Siria. Al termine del primo grado, dunque, è stato confermato, come accaduto anche in altri processi milanesi nei mesi scorsi, tra cui quello che ha portato alla condanna a 9 anni di Maria Giulia “Fatima” Sergio, l’impianto accusatorio del dipartimento antiterrorismo della Procura, ora guidato daAlberto Nobili. Il gup ieri ha condannato anche Abderrahmane Khachia (a 6 anni) - che risiedeva in provincia di Varese, fratello di Oussama (morto combattendo per l’Isis) e arrestato assieme alla coppia - e Wafa Koraichi (a 3 anni e 4 mesi), sorella di Mohamed, marocchino che assieme alla moglie italiana,Alice Brignoli, tempo fa ha lasciato Bulciago, nel Lecchese, per unirsi alle milizie dell’Is portando anche i tre figli piccoli. Per Wafa, che viveva a Baveno, sulla sponda piemontese del lago Maggiore, il gup ha disposto gli arresti domiciliari, mentre gli altri tre imputati restano in carcere (i pm avevano chiesto 6 anni e mezzo di reclusione sia per Moutaharrik che per la moglie).Moutaharrik, 28 anni, e la moglie, che vivevano a Lecco, stando alle indagini dei pm Enrico Pavone e Francesco Cajani e della Digos, vennero arrestati prima che potessero partire per unirsi all’Isis in Siria, portando con loro i due figli di 2 e 4 anni (il giudice ha sospeso la loro potestà genitoriale). Stando agli atti dell’inchiesta, Moutaharrik avrebbe ricevuto, ai primi di aprile dello scorso anno, un ordine direttamente dal “califfato” con un messaggio WhatsApp: “Ascolta lo Sceicco, colpisci! (...) fai esplodere la tua cintura nelle folle dicendo ‘AllahAkbar’”.

Alla richiesta di quella voce che, attraverso un “poema bomba”, lo invitava a compiere un attentato in Italia, lui non avrebbe avuto intenzione di sottrarsi. Anzi, stando agli atti, Roma e il Vaticano erano tra i possibili obiettivi. “Giuro sarò io il primo ad attaccarli (...) in questa Italia crociata, il primo ad attaccarla, giuro, giuro che l’attacco, nel Vaticano”, diceva intercettato. Gli investigatori, tra l’altro, hanno scoperto dopo l’arresto che il campione di kickboxing teneva nascosto sotto il letto un “pugnale da combattimento” simile a quello utilizzato per lo “sgozzamento” di un “infedele” da parte degli uomini di Al Baghdadi e ripreso in un video. “Vedendo le immagini dei bambini martoriati volevo andare in Siria ad aiutare la popolazione”, aveva detto Moutaharrik mesi fa per difendersi nell’interrogatorio di garanzia, spiegando poi anche ai giudici del Riesame che quelle intercettate erano soltanto “parole” e che lui non voleva compiere attentati. “Non ha mai detto di volere colpire il Vaticano”, ha spiegato uno dei suoi legali, l’avvocato Sandro Clementi. “Ci sono dei riferimenti a una sua volontà di colpire Roma nove anni fa, mentre parla con un amico - ha aggiunto il difensore -, ma è una vanteria con un amico”. La difesa ha già annunciato ricorso in appello così come il legale Angela Ferravante, che assiste la moglie del kickboxer, l’avvocato Francesco Paolo Schillaci, che difende Wafa, e l’avvocato Luca Bauccio, che rappresenta Kachia.


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