Continua la crescita italiana



ECONOMIA/IL PIL TIENE, A PREOCCUPARE SONO LE CONSEGUENZE DEI DAZI

ROMA. Il Pil italiano tiene nei primi tre mesi dell’anno. Inaspettatamente per molti centri studi (da Bankitalia a Confindustria), ma non per gli analisti finanziari, l’economia ha viaggiato allo stesso ritmo dell’ultima parte del 2017, mettendo a segno, secondo le prime stime dell’Istat, una crescita dello 0,3% che porta a 15 i trimestri consecutivi di crescita. Un effetto positivo che si riversa anche sui conti pubblici, almeno su quelli di cassa. Il fabbisogno dei primi quattro mesi scende di ben 4,3 miliardi a 30 miliardi, un risultato che secondo il ministero del- l’Economia sostiene sia dovuto anche al miglioramento della congiuntura. Un rallentamento però effettivamente c’è stato ma ha inciso al momento solo sul dato tendenziale, ovvero sul confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente: in questo caso la crescita è stata dell’1,4%, contro il +1,6% del trimestre ottobre-dicembre 2017. Rispetto al periodo pre-crisi, cioè rispetto al picco del primo trimestre 2008, l’economia italiana registra ancora una perdita del 5,5%. Più che il confronto con il passato a preoccupare sono però le prospettive future, non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. In un clima sempre più teso a livello internazionale per il timore di guerra dei dazi, il cui effetto-minaccia già si intravede nell’andamento del commercio globale, l’economia del vecchio continente comincia a mostrare qualche segnale di titubanza. Nel primo trimestre la crescita dell’Eurozona ha rallentato a +0,4%. Un dato ancora una volta migliore di quello italiano, ma che segna il passo rispetto al +0,7% dell’ultima parte del 2017. Allo stesso tempo, l’indice Pmi della zona euro indica che il settore manifatturiero è cresciuto ad aprile al ritmo più lento da oltre un anno. Stesso dicasi per l’Italia, dove l’Istat ha peraltro già registrato dati deludenti della produzione industriale sia a gennaio che a febbraio. Oggi sarà la Commissione a rendere note le sue previsioni. Per l’Italia sono attesi dati sostanzialmente in linea con quelli indicati dal governo nel Def, con una crescita intorno all’1,5% quest’anno e in lieve calo nel 2019. Bruxelles non dovrebbe esprimere alcun giudizio specifico sui conti, né domani, né probabilmente il 23 maggio quando sono attese le raccomandazioni a tutti i Paesi membri. L’appuntamento potrebbe essere rimandato direttamente all’autunno, in tempi di manovra economica. A migliorare intanto è il mercato del lavoro. Dopo la battuta d’arresto osservata a fine 2017, a marzo la disoccupazione è rimasta stabile all’11%, ma è diminuita quella giovanile tra i 15 e i 24 anni, scesa al 31,7%. Gli occupati sono aumentati di 62.000 unità, arrivando a 23 milioni 134 mila, pari al 58,3%, il livello più alto dall’anno di riferimento precrisi, il 2008. La spinta è arrivata anche in questo caso dai giovani, quelli tra i 15 e i 34 anni, ma è indicativa la tipologia dei rapporti di lavoro creati: i lavoratori ‘indipendenti’ sono stati 56 mila in più rispetto a febbraio, i dipendenti a termine 8 mila in più, mentre sono diminuiti, seppure lievemente, i contratti stabili (-2 mila). Ai minimi assoluti sono invece scesi gli inattivi, problema quasi cronico per il mercato del lavoro italiano. Soddisfatto è il ministro del lavoro Giuliano Poletti, mentre dopo la manifestazione del primo maggio a Prato, i sindacati restano ancora scettici. La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, parla di disoccupazione giovanile ancora troppo alta, mentre la Uil si dice preoccupata per “l’incessante aumento e la consistenza della temporaneità dell’occupazione dipendente” calcolando un lavoratore a termine ogni 5 a tempo indeterminato.


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