D’ora in poi si fa sul serio



PHILADELPHIA. Finito il rito del- le convention, celebrato lo show di Donald Trump e di Hillary Clinton, parte ufficialmente la campagna elet- torale per la Casa Bianca. L'ex First Lady, dopo aver fatto la storia a Phila- delphia, non perde tempo e parte su- bito insieme al vice Tim Kaine per un tour in bus in Pennsylvania e Ohio, da sempre due stati in bilico e da con- quistare - senza se e senza ma - per vincere le elezioni. È proprio in Ohio e Pennsylvania che ci sono quegli elettori, uomini e bianchi, che hanno consentito a Bill di diventare presidente negli anni '90, e che ora hanno fatto un passo indietro rispetto alla politica, divenendo una “ossessione” per i Clinton: vanno riconquistati.

E la campagna è entrata nel pieno anche per i repubblicani, con Trump al lavoro per mettere a punto la sua squadra e impegnato a corteggiare anche lui gli elettori della Pennsylvania e il popolo di Bernie Sanders. Mike Pence, il suo vice, sta invece battendo le strade dell'Indiana su due ruote, al volante di una Harley Davidson, in- sieme ad altri cento bikers. Per assistere al primo vero e proprio faccia a faccia fra Trump e Hillary bisognerà aspettare settembre. Fino ad allora il confronto sarà a distanza ma - c'è da giurare - dai toni sempre più accesi. A ottobre altri due dibattiti tv tra i due candidati, più quello tra i due vice, Pence e Kaine.

Intanto riecheggiano le parole di Hillary davanti alla platea di Philadelphia in delirio, in quello che è stato il discorso più importante della sua vita. Un bel discorso, ma non grande. Hillary Clinton è sicura, determinata. Il suo ab- bigliamento riflette la sua forza: è tutta vestita di bianco e con un nuova acconciatura che la ringiovanisce. Inizia a parlare: l’incertezza lascia il campo alla sicurezza e alla determinazione. Racconta di se stessa, dalle sua famiglia. Delinea la sua visione dell’America, una visione ottimista: “L’America è grande. Non lasciatevi dire da nessuno che siamo deboli. E non credete a Donald Trump che dice di essere l’unico a poter risolvere i problemi”, spiega. E cita le parole di Franklyn Delano Roosevelt: “L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura, è la paura stessa. Ma noi non abbiamo paura”.

L'intervento è ben costruito, trascina il pubblico ma non sfonda: è ben distante dalla passione e dall'entusiasmo di Barack Obama e di Michelle.

Hillary è la più emozionata della sala, e quando inizia a parlare si avverte. Ma d'altronde la nomination apre un “nuovo capitolo”, è “un passo verso un'unionè più perfetta”. Clinton è in- certa, sembra bloccata. Gli applausi del pubblico e l'assenza delle temute proteste però la motivano a dare di più, e nella seconda parte dell'intervento decolla. Attacca Donald Trump, al quale non bisogna “credere”: “Dice che vuole fare l'America di nuovo grande. Bene, intanto potrebbe cominciare a fare le cose di nuovo in America”.

Si rivolge direttamente al popolo di Bernie Sanders, che qualche cartellone contrario e qualche coro di protesta cerca di intonarlo, e lo corteggia. Hillary ringrazia il senatore del Vermont e ai suoi uomini dice: “Vi ho sentito. La vostra causa è la nostra causa”. Questa elezione è la “resa dei conti”: non si può sbagliare, “uniti siamo più forti”, scandisce, “e io sarò il presidente di tutti. Porterò alla Casa Bianca la voce di tutti”.

Nell'attaccare Trump, come aveva promesso, non scende sul piano degli insulti, ma sceglie piuttosto l'arma dell'ironia: “A chi si scalda per un tweet non possiamo dare il codice nucleare”.

E ancora: “Nessuno della mia famiglia ha il suo nome scritto su un grattacielo. Noi siamo costruttori di un altro genere”.

E alla fine Sanders si congratula con Hillary su Twitter: “Uniti siamo più forti”.


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