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Democratici in crisi d’identità


ELEZIONI/DOPO LA SCONFITTA, IL PARTITO NEL CAOS CERCA UN NUOVO LEADER


WASHINGTON. "Caos", "shock", "crisi di identità", rischi di "guerra civile" interna: sono le parole più usate sui media americani per descrivere il day after del partito democratico, ridotto a macerie dalla "dolorosa" sconfitta di Hillary Clinton, che sembra segnare la fine non solo di una dinastia familiare ma anche di un'epoca dem. L'unico a rompere un silenzio troppo rumoroso e' stato Bernie Sanders, il senatore liberal che aveva sedotto folle di giovani ma costretto a cedere il passo nelle primarie a Hillary Clinton. La sua sconfitta, ''è un imbarazzo per l'intero partito democratico'', accusa, denunciando la ''mancanza di entusiasmo'' fra i democratici come causa principale e non escludendo di ricandidarsi nel 2020. ''Quattro anni sono tanti, ma non escludo nulla'', spiega. Sino alla vigilia l'Asinello pensava di conquistare la Casa Bianca e forse anche il Senato, portando allo Studio Ovale la prima donna dopo il primo nero. Invece in un sol colpo i democratici hanno perso tutto, presidenza, Camera, Senato, un gran numero di governatori e parlamenti locali, compreso la Kentucky House per la prima volta in quasi un secolo. Mai avuto meno potere dal 1928, secondo Simon Rosenberg, vecchio strategista democratico. Un'erosione sistematica di potere cominciata durante la presidenza Obama, a partire dal 2010, quando i democratici persero il controllo della Camera nelle devastanti elezioni di midterm del 2010, la sconfitta peggiore dai tempi della Grande Depressione. Ora bisogna trovare una nuova leader- ship, rifondare il partito, plasmare la sua nuova anima, tracciare la sua nuova frontiera, riscoprire le radici del New Deal per recuperare l'elettorato perduto e costruire una coalizione durevole, come quella di Franklin Roosevelt. Quella di Barack Obama - giovani, minoranze a partire dai neri e middle class - sembra essersi esaurita con lui, senza proprietà transitiva verso altri candidati democratici, a partire da Hillary, che rappresentava un ritorno al passato dopo un presidente giovane e innovativo. Obama però è destinato ad uscire dal- la scena del partito, anche se conserverà a lungo una forte influenza. Con lui lascerà tutta la vecchia guardia, da Joe Biden a John Kerry. Probabilmente diranno addio anche i leader della minoranza dem alla Camera, Nancy Pelosi, e al Senato, Harry Reid. Verso il rinnovo anche la presidenza del partito, dopo le dimissioni di Debbie Wasserman Schultz, travolta dalle rivelazioni di Wikileaks per la sua ostilita' verso Bernie Sanders, e l'imminente scadenza dell'interim di Donna Brasile, licenziata dalla Cnn per aver passato le domande di un dibattito presidenziale a Hillary Clinton. Per ora non ci sono segnali della nuova direzione di marcia, i telefoni sono silenziosi e qualcuno confessa di non sapere chi è in carica. Ma è l'ora di superare le recrimina- zioni e i rimpianti e di riallacciare contatti più diretti con la gente, in particolare con la middle class e i blue collar bianchi sedotti da Trump. Non è ancora chiaro però chi sarà il nuovo leader. Sanders sembra troppo vecchio. Po- trebbe avere qualche chance Tim Kaine, il vice della Clinton, ma rischia di essere associato ad una candidata sconfitta. Di sicuro la debacle di Hillary darà più forza all'ala liberal del partito, quella rappresentata da Sanders e da Elisabeth Warren, ma è tutto da vedere se il 'populismo' di sinistra può battere quello della nuova destra di Trump.

In ogni caso la panchina dem sembra corta e orfana di un nuovo Obama.


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