Divisioni sull’Autonomia

REGIONI/SCONTRO NELLA MAGGIORANZA, M5S: “NO AI CITTADINI DI SERIE A E B”


di Marcello Campo


di Marcello Campo

ROMA. Oltre alla Tav e le nomine ancora in alto mare, a cominciare da Inps e Consob, la maggioranza gialloverde è divisa anche sull’autonomia ‘differenziata’, in un clima di forte tensione alimentato dal voto in Giunta sul caso Diciotti di martedì prossimo e dalle successive elezioni sarde di domenica 24 febbraio. Un eventuale nuovo tonfo dei Cinque Stelle nell’isola potrebbe riacutizzare i malumori interni al Movimento scoppiati dopo il crollo abruzzese. E a quel punto, anche le basi del governo potrebbero essere profonda- mente scosse. Non è un caso che Silvio Berlusconi, nel suo giro elettorale a Cagliari, avverte che proprio sulla riforma dei poteri regionali “il governo potrebbe cadere”. Ipotesi verso la quale il Cav e la Meloni stanno spingendo per rilanciare con forza l’unità del centrodestra. In effetti i toni tra Lega e M5S sull’Autonomia sono molto diversi: il ministro dell’Agricoltura Gianmarco Centinaio avverte gli alleati che questa riforma “è nel contratto di governo”. Ma fredda è la replica dei Cinque Stelle: il sottosegretario Manlio di Stefano (M5S), prima ricorda a Salvini che “ha il dovere di occuparsi di tutti gli italiani”, quindi cerca di calmare gli animi assicurando che il governo “non creerà mai regioni di serie A o di serie B”. Stesso concetto ribadito con toni assai più decisi dai pentastellati pugliesi: “Il trasferimento di funzioni non può e non deve essere - ammoniscono 8 consiglieri regionali - un modo per sbilanciare l’erogazione di servizi essenziali a favore delle regioni più ricche. La creazione di un contesto in cui ci sono cittadini di serie A e di serie B è espressamente vietato dalla Costituzione”. Ma la riforma dell’Autonomia provoca un battibecco anche nel Pd, tra Matteo Renzi e Gianclaudio Bressa, sottosegretario Affari Regionali nei governi Renzi e Gentiloni. Ieri l’ex premier aveva ricordato che quel percorso riformatore “è stato aperto col Governo Gentiloni, non con quello Renzi…”. Ma Bressa smentisce e ricorda che “l’intera trattativa cominciò il 16 maggio del 2016 con una lettera dell’allora ministro Enrico Costa, quindi in pieno governo Renzi”. Pd a parte, i dissapori interni ai gialloverdi aumentano anche in vista del voto di martedì della Giunta Autorizzazioni sulla vicenda Diciotti. Matteo Salvini ribadisce di non temere minimamente l’ipotesi di finire sotto processo a Catania. Da settimane ripete che la condotta contestata dai magistrati venne appoggiata da tutto l’esecutivo. Una strategia sostenuta nei giorni scorsi anche dal premier Conte e dai ministri Luigi Di Maio e Danilo Toninelli le cui dichiarazioni sono state allegate alla memoria difensiva di Salvini in Giunta e ora sono state trasmesse alla procura di Catania. Scelte che tuttavia non hanno placato i mal di pancia della base 5S, come i consiglieri torinesi che si professano per il sì all’autorizzazione, tanto che s’è deciso di ricorrere al web per dipanare la matassa. In attesa del verdetto della piattaforma Rousseau, Di Stefano ammette che se fosse per lui l’autorizzazione a procedere per Salvini non dovrebbe essere concessa. Ma se online si deciderà il contrario i parlamentari dovranno adeguarsi. Quindi punzecchia il segretario leghista dicendo che il suo aver cambiato idea sul farsi processare “è stato probabilmente un segnale di debolezza”. Di fronte alle divisioni della maggioranza le opposizioni alzano il tiro: “I vertici 5Stelle - attacca Maurizio Martina sul caso Diciotti - pensano di salvarsi la coscienza usando la piattaforma Rousseau. Ma è la conferma che hanno perso l’anima. Salveranno dal processo Salvini per tenersi la poltrona”. Comunque vada a finire, ammonisce Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di FI, “sarà un disastro politico per i Cinque Stelle”.

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