• Redazione

Dobbiamo respingere la disperazione


DALLAS/BARACK OBAMA PREDICA UNITÀ AI FUNERALI DEI CINQUE POLIZIOTTI UCCISI


WASHINGTON. "Sono qui per dire che dobbiamo respingere la disperazione. Sono qui per insistere che non siamo divisi come sembra e che il nostro dolore può renderci un Paese migliore, con più giustizia e più pace": tenta di consolare e riconciliare un Paese inquieto e arrabbiato il presidente Barack Obama, sbarcato in una Dallas blindata per i funerali dei cinque agenti massacrati da un cecchino nero che voleva vendicarsi dei due afroamericani uccisi dalla polizia la scor- sa settimana, durante un corteo di protesta proprio per queste morti.

E' l'undicesima volta che Obama vola in una città americana colpita da una strage. "Troppe", ha ammesso ier. L'ultima un mese fa a Orlando, in Florida, dove un americano radicalizzato in casa e proclamatosi fedele all'Isis ha ucciso 49 persone in un night club per gay. Ma a Dallas Obama ha dovuto fare i conti non solo con l'irrisolta questione della proliferazione delle armi, ma anche con la sempre aperta questione razziale, che rischia di pesare sulla sua eredità politica. E questa volta ha dovuto fare l'acrobata di fronte a una polizia vittima e imputata nello stesso tempo: falcidiata da un cecchino a Dallas, ma nel mirino per i pregiudizi e la brutalità contro i neri.

Neri come Alton Sterling a Baton Rouge (Louisiana) e Philando Castile a St. Paul (Min- nesota), ammazzati da agenti senza apparente giustificazione. Per questo ha telefonato alle loro famiglie dall'Air Force One prima di incontrare privatamente quelle dei poliziotti uccisi a Dallas, intervenendo poi a una com- movente cerimonia interreligiosa, dove il sindaco della città, il democratico Mike Rawlings, ha denunciato un "male comune", la vio- lenza nelle strade, e il capo (nero) della poli- zia, David Brown, ha citato una canzone di Steve Wonder, "I'll Be Loving You Always".

Obama ha esordito con un doveroso omaggio alle vittime (evocate da cinque se- die vuote con la bandiera americana) "che stavano difendendo i diritti costituzionali de- gli americani", mentre protestavano proprio contro la polizia, e "hanno salvato molte più siamo onesti, siamo in grado di sentire i pregiudizi dentro di noi".

Obama è arrivato a Dallas in un clima teso, dopo l'ondata di proteste e arresti in molte città americane, minacce alla polizia e una serie di recenti sparatorie contro le forze dell'ordine, le ultime oggi a Washington e nella contea texana di Ellis, vicino a Dallas, fortunatamente senza feriti. Il presidente ha volu- to dare un segno di unità e di partecipazione ampia e bipartisan, portando con sé con solo Michelle e il vice Joe Biden, ma anche un senatore locale come Ted Cruz che lo aveva a lungo criticato prima di ritirarsi dalla prima- rie repubblicane.

E ha voluto che ci fosse pure il suo pre- decessore repubblicano, George W. Bush, con la moglie Laura, anche lui pronto a parlare per dare l'idea di un Paese comunque unito: "Gli americani devono ricordare i loro impegni condivisi per gli ideali comuni come mezzo per superare le divisioni. Troppo spes- so giudichiamo gli altri per i loro esempi peg- giori mentre giudichiamo noi stessi dalle nostre migliori intenzioni".

Per dare anche un'immagine di unità alla fine Obama, Bush, Biden, il sindaco e il capo della polizia di Dallas con le rispettive mogli si sono alzati in piedi tenendosi per mano durante l'Inno di battaglia della Repubblica, popolare canzone patriottica suonata duran- te la cerimonia. Un'immagine che resterà nella storia. Ma non è dato sapere se basterà a cambiarla. Poi ha sottolineato il prezioso ruolo delle forze dell'ordine, "che meritano rispetto e non disprez- zo", e alle quali "si chiede troppo, mentre a noi stessi chiediamo troppo poco". Quindi ha controbilanciato: "Anche le persone a cui non piace la frase 'Black Lives Matter' dovrebbero essere in grado di comprendere il dolore della famiglia di Alton Sterling".

"Non possiamo - ha proseguito - far orecchie da mercante e non tenere conto delle manifestazioni degli afroamericani; considerare quelle persone come paranoici e piantagrane. Non possiamo metterle da parte come inquietudine politica o mettere l'etichetta del razzismo. Farlo significa negare la realtà".

Ed è proprio la questione del razzismo quella che ha affrontato di petto: "I rapporti razziali sono migliorati sensibilmente durante la mia vita ma il razzismo non è finito" con Martin Luther King.

"I pregiudizi - ha aggiunto - rimangono. Tutti nella vita ci imbattiamo nell'essere bigotti a un certo punto delle nostre vite.


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