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“Fermata invasione straniera”



ISTANBUL. La Turchia in stato d’emergenza revoca 11 mila passaporti, continua una caccia senza tregua ai sospetti golpisti e non arresta le purghe, che coinvolgono ormai 65 mila persone. Una durissima repressione dei nemici che il presidente Tayyip Erdogan promette di portare avanti nonostante i moniti che continuano a giungere da Ue e Usa.

Sulle tensioni con Ankara, è intervenuto direttamente Barack Obama, definendo “inequivocabilmente falsa” la voce secondo cui Washington fosse a conoscenza dei piani golpisti. La Turchia insiste però con la tesi del complotto esterno, già suggerita da Erdogan. “Dopo aver fatto il colpo di Stato, volevano portare in Turchia

un’occupazione straniera”, ha rilanciato il vicepremier, Numan Kurtulmus. Con Washington non si placa il braccio di ferro sull’estradizione di Fethullah Gulen, l’imam e magnate che Ankara accusa di essere dietro al putsch.

Obama ha ribadito che servono le prove, mentre dalla Turchia i ministri della Giustizia e degli Interni sarebbe pronti a partire alla volta degli Stati Uniti per fare pressioni. Nel primo giorno dello stato d’emergenza, nonostante i tentati-

vi di rassicurare l’economia, Erdogan ha spiegato che non esiterà a prolungare il provvedimento oltre i 3 mesi attualmente previsti, se lo riterrà necessario. La prima misura annunciata riguarda la durata massima del fermo di polizia senza con- valida del giudice, che arriverà a 7-8 giorni, dai 2 attuali. Un pugno di ferro che Ankara giustifica anche con le minacce per la sicurezza, avvertendo del rischio in questa fase di “tentativi isolati di assassinio o di attacchi kamikaze”.

Nel frattempo, continua la ‘caccia ai gulenisti’. In manette sono finiti oggi anche 300 membri del corpo delle guardie presidenziali. Gli arresti sono saliti a 10.607, mentre cominciano a prendere forma anche le procedure del giudizio per i sospetti golpisti. Gli accusati compariranno davanti a un tribunale civili, in un maxi- processo ad Ankara che si svolgerà simbolicamente nel distretto di Sincan, dove nel 1997 fa i carri armati scesero in strada per il cosiddetto ‘golpe postmoderno’, che fece fuori il mentore di Erdogan, Necmettin Erbakan. Intanto, sono stati revocati i passaporti a quasi 11 mila turchi.

Restrizioni che si uniscono ai divieti di espatrio generalizzati già decisi per dipendenti pubblici e docenti universitari, di cui sono anche state cancellate ferie e permessi. Non si fermano neppure le purghe. I lavoratori pubblici allontanati sono ormai più di 65 mila, compresi gli insegnanti delle scuole private a cui è stata tolta la licenza.

Nelle ultime ore, nuove epurazioni non hanno risparmiato altri 2 ministeri e la stessa tv di Stato Trt. Chiuse anche altre 1.500 scuole private per sospetti legami con la rete di Gulen. Tra tensioni e minacce, domenica pomeriggio una grande “manifestazione per la democrazia” si svolgerà a piazza Taksim, simbolo di Istanbul. Convocata dall’opposizione social- democratica, nonostante lo stato d’emergenza ha ricevuto il via libera da Erdogan, che sarà presente con il suo partito Akp per mostrare “l’unità nazionale contro il colpo di stato”.


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