Gli Usa spingono per il Sì


REFERENDUM/L’AMBASCIATORE AMERICANO PHILLIPS SI SCHIERA APERTAMENTE


ROMA. L’ambasciatore Usa in Italia John Phillips si schiera apertamente per il Sì al referendum, ipotizzando “conseguenze negative sugli investimenti” americani in Italia in caso di vittoria del No. Una posizione che il dipartimento di Stato Usa non commenta alla quale segue, quasi a ruota, la previsione di Fitch di “uno choc per l’economia” con rischi sul rating italiano. Scenari che Palazzo Chigi e il vertice Pd non commentano, tradendo per alcuni un certo imbarazzo. Ma che scatenano l’ira dei sostenitori del No al referendum con- tro “l’indebita ingerenza” di un paese straniero e di Pier Luigi Bersani contro chi disegna il referendum come “il giudizio di Dio”. Il giorno dopo l’annuncio dell’invito di Renzi e della moglie Agnese alla cena di Stato, il 18 ottobre, alla Casa Bianca, l’ambascia- tore Usa in Italia, parlando di “grandissima stima di Obama per Renzi”, si spinge oltre a sostegno del governo italiano.“Il referendum è una decisione italiana” è la premessa ma il Paese “deve garantire stabilità politica” e il voto sulla riforma costituzionale “offre una speranza sulla stabilità di governo per attrarre gli investitori”. Un’uscita in linea con altri scenari “catastrofici” in caso di vittoria del No, ipotizzati da osservatori internazionali negli ultimi mesi. Che però non aiutano la nuova linea del governo di abbassare i toni e raffreddare le preoccupazioni sugli esiti del referendum. E che riaccendono lo scontro politico sul referendum. Ambienti di governo, però, chiariscono che l’uscita dell’ambasciatore non era concordata con l’esecutivo che la registra senza imbarazzo nè sorpresa, piut- tosto sorpreso dall’eccesso di polemica scatenatasi. “Preso dall’ansia di aiutare il governo, in realtà l’ambasciatore Usa ha finito con il dare del bugiardo a Renzi e non è molto carino: il presidente del Consiglio, infatti, ha detto più volte che se vince il No si voterà comunque nel 2018", osserva il vicepresidente del Comitato per il No Alfiero Grandi. Ma la rabbia generale è per l’invasione di campo dell’ambasciata americana in affari di altri Paesi. “Cose da non credere...per chi ci hanno preso?”, sbotta Bersani per il quale “il giorno dopo il referendum, sarà tutto come il giorno prima, Con lo stesso governo e con gli stessi problemi”. Se il vertice Pd tace, anche Gianni Cuperlo bolla come “indebita ingerenza l’allusione ad una possibile ritorsione finanziaria” in caso di sconfitta del Sì al referendum. In Aula, alla Camera, il portavoce Fi Elio Vito protesta per le “parole politicamente sbagliate” dell’ambasciatore Usa mentre Alessandro Di Battista del direttori M5S chiede a Philips “se rappresenta il popolo americano o l’interesse di qualche banca di affari come la Jp Morgan. Noi siamo alleati, non sudditi”. Ma i grillini si distinguono, sul fronte del- la battaglia referendaria, per un altro attacco.

“Renzi è il più grande provocatore del popolo italiano, un presidente non eletto, senza alcuna legittimazione popolare”, af- fonda Luigi Di Maio che paragona il pre- mier a Pinochet salvo collocare il dittato- re cileno in Venezuela. Un’uscita che fa salire sugli scudi il Pd, stranamente unito. “Attaccare il premier è legittimo. Para- gonare l’Italia ad una dittatura è squalli- do. Di Maio piccolo uomo”, contrattacca Luca Lotti e anche il bersaniano Miguel Gotor chiede al dirigente grillino di “ver- gognarsi”.


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