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Gran Bretagna/ Effetto Brexit, Airbus e Bmw minacciano l’addio al Regno


LONDRA. Se la Gran Bretagna si prepara a prendere il volo dall’Ue, Airbus potrebbe presto involarsi dal Regno. Non è un bel regalo quello che il colosso aeronautico europeo minaccia di fare - alla vigilia del secondo compleanno del referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016 - in caso di divorzio senz’accordo da Bruxelles: ipotizzando di abbandonare l’isola, di tagliare migliaia di posti di lavoro e di mettere a rischio un gettito fiscale sicuro d’un paio di miliardi annui.


L’annuncio irrompe nel dibattito politico di un Paese tuttora diviso fra euroscettici e non, nella società come nel palazzo. E anche in casa Tory, a dispetto del rientro nei ranghi del drappello di dissidenti contrari un’uscita hard dall’Unione, che nei giorni scorsi ha spianato la strada all’approvazione finale della legge quadro sulla Brexit disegnata dalla premier Theresa May entro i paletti indicati dai falchi.


Il messaggio di Airbus - che qualcuno ha già interpretato come una sorta d’avvertimento a nome del grande business a Downing Street e come una sponda ai moderati di governo guidati dal cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond - è del resto chiaro. Stando alla “valutazione del rischio” pubblicata sul suo sito, la holding si riserva di “riesaminare i propri investimenti nel Regno” e la sua stessa “presenza di lungo periodo nel Paese” se questo dovesse lasciare “immediatamente e senza accordi di transizione sia il mercato unico sia l’unione doganale” al momento della Brexit, fissata per finemarzo2019.


Un’eventualità tale da provocare conseguenze “gravi e interruzioni alla produzione”, come sottolinea l’amministratore delegato Tom Williams.


A fargli eco arriva poi in serata Ian Robertson, numero uno di Bmw Uk, gigante a capitale tedesco dell’auto titolare oltremanica degli storici marchi Rolls-Royce e Mini: il quale non si spinge fino a evocare l’esodo, ma fa balenare a sua volta alla Bbc “piani di emergenza” e potenziali tagli degli investimenti.


In realtà un’intesa di massima fra Londra e Bruxelles per una fase di transizione, destinata a mantenere lo status quo sino alla fine del 2020, è già sul tavolo dei negoziati, anche se a giudizio di Airbus appare troppo breve. Tuttavia, in assenza di un accordo finale (ancora lontano su questioni cruciali, come i confini irlandesi, ardue da risolvere al di fuori da quella unione doganale che May, spinta dai ministri brexiteer alla Boris Johnson, insiste a voler pure lasciare), alle aziende non resta che preparasi allo “scenario peggiore”, argomentano Williams e Robertson: quello del “no deal”, appunto.


Di qui un ultimatum al governo di Sua Maestà, con la disponibilità ad attendere “un paio di mesi per avere chiarezza” - magari con la pubblicazione (rinviata a luglio) del promesso “libro bianco” sulle strategie dettagliate degli obiettivi del dopo divorzio - prima d’assumere decisioni irrevocabili o quasi.


Poiché in ballo c’è il futuro di oltre 14.000 lavoratori impiegati attualmente in 25 siti sparsi per il Regno (110.000 a voler contare l’indotto), Downing Street s’affretta a correre ai ripari. Un portavoce fa sapere che la premier è pronta ad “ascoltare le preoccupazioni” di Williams e nel contempo liquida come remota l’ipotesi limite del “niente accordo” con l’Ue: “Dati i buoni progressi che stiamo continuando a fare nei negoziati, non ci aspettiamo uno scenario no deal”, assicura.


Altri però si mostrano assai meno ottimisti. Ad esempio, il governo locale laburista del Galles, sede di diversi impianti dell’industria aeronautica europea, si definisce “estremamente allarmato” sul dossierAirbus

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