I Gop frena sulla condanna

L’IMPEACHMENT NUMERO 32 DI TRUMP/LA MAGGIORANZA È PER L’ASSOLUZIONE



WASHINGTON. Diventa estremamente stretta la strada per condannare e interdire dai pubblici uffici Donald Trump nel secondo processo d’impeachment che - dopo il compromesso raggiunto tra dem e repubblicani - comincerà al Senato nella settimana che comincia l’8 febbraio, con ogni probabilità non prima del 9. Un crescente numero di repubblicani ritiene che il partito assolverà l’ex presidente dall’accusa di aver istigato i suoi fan ad assaltare il Congresso per bloccare la certificazione della vittoria di Joe Biden, a meno che non emergano ulteriori prove o le dinamiche politiche nel loro partito non cambino drammaticamente. Molti inoltre sono convinti che più tempo passa dalla rivolta, più si stempera l’animosità del momento. I democratici hanno tentato di togliere un primo argomento ai repubblicani accogliendo la richiesta del loro leader al Senato Mitch McConnell di posticipare di qualche settimana l’inizio del dibattimento per consentire a Trump di preparare la difesa e garantire “un processo equo e giusto”. La mossa asseconda anche gli interessi di Biden perché in cambio il Grand Old Party si è impegnato ad esaminare senza ostruzionismo le nomine dei suoi ministri e il nuovo pacchetto di aiuti anti Covid da 1.900 miliardi di dollari. Ma la maggioranza dei repubblicani per ora resta con Trump. Alla Camera solo 10 su 211 deputati hanno votato a favore dell’impeachment ed adesso sono messi all’indice dal partito, dalla base e dai donatori. Al Senato per il momento c’è solo un pugno di dissidenti che potrebbero condannare l’ex presidente mentre ne servono 17 su 50: Mitt Romney, Susan Collins, Ben Sasse, Lisa Murkowski e Pat Toomey. Anche i sondaggi non sono schiaccianti a favore di una condanna: secondo una rilevazione Reuters/Ipsos, solo una risicata maggioranza di americani, il 51%, la sostiene, mentre il 37% è contro e il 12% resta incerto. E la base sta ancora con Trump: oltre l’80% è per l’assoluzione. La chiave di volta potrebbe essere McConnell, che ha pubblicamente accusato l’ex presidente di aver istigato l’assalto e confidato privatamente che sarebbe felice di sbarazzarsene. Ma l’uomo è prudente e tiene aperte tutte le porte, consapevole che la sua leadership potrebbe essere messa in discussione se votasse per la condanna. Una possibile exit strategy per salvare la faccia al Grand Old Party è sposare la tesi - sostenuta anche da vari giuristi liberal - dell’incostituzionalità di un impeachment contro un ex presidente che ora è un privato cittadino, evitando così di entrare nel merito della sua condotta. E’ una delle linee di difesa studiate anche da Trump, tra una partita di golf e l’altra nel suo club di Palm Beach, dove si è lasciato scappare una mezza battuta sul suo futuro ad un reporter del Washington Esaminer: “Farò qualcosa ma non subito”, ha detto, dopo le speculazioni sulla creazione del ‘partito dei patrioti’ e di una sua ricandidatura nel 2024. Gli altri argomenti difensivi sono che l’assalto al Congresso era in realtà pianificato da tempo e che poi lui stesso ha condannato l’accaduto e i responsabili. Ma intanto il New York Times ha svelato un altro retroscena inquietante che rischia di alimentare le prove dell’impeachment. Nelle ultime settimane da presidente avrebbe tramato per cacciare l’attorney general ad interim Jeffrey Rosen e sostituirlo con Jeffrey Clark, un avvocato del dipartimento di giustizia pronto ad aiutarlo a ribaltare l’esito delle elezioni presidenziali in Georgia. Solo la minaccia di dimissioni di massa dei dirigenti del ministero lo avrebbe trattenuto.

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