I problemi dei Manchester


L’ANALISI/LA DIFFICILE STAGIONE DI GUARDIOLA E MOURINHO: ECCO I PERCHÉ


LONDRA. Le premesse, la scorsa estate, erano state ben chiare: a Manchester arrivavano i due tecnici più attesi, più discussi, più vincenti, più glamour... insomma, i due “più”. José Mourinho e Pep Guardiola promettevano di trasformare la capitale europea del calcio nell’ombelico del mondo, in una lotta alla Premier League al primo anno in città che da un certo punto di vista doveva rappresentare anche l’effettivo sigillo a un eterno dualismo di stili e attitudini. La realtà dei fatti racconta che dopo 6 mesi di convivenza sotto lo stesso cielo la lega è nelle mani di un italiano a Londra... e Guardiola e Mourinho, in quel di Manchester, hanno trovato terreno meno fertile di quanto potessero aspettarsi. Le origini della crisi di Guardiola Il catalano in particolare sembra essere entrato nella prima vera crisi mistica della sua carriera, combattuto tra la necessità di dover arrivare a tutti i costi a un risultato (dato da tutti per scontato) e il superamento dei reali ed effettivi ostacoli per ottenerlo. L’approccio iniziale di Guardiola era stato praticamente perfetto e con 10 vittorie nelle prime 10 uscite ufficiali la transizione tra l’idea tattica di possesso e controllo di Pellegrini e quella di calcio posizionale di Guardiola, era stata quanto di più soffice e meno invasivo possibile. E’ sul più bello però che sono nati tutti i problemi del Manchester City che stanno portando Pep Guardiola a quello che dopo la sofferta vittoria col Burnley, è sembrato il comportamento di un essere umano sull’orlo di una crisi di nervi (“non allenerò per molto tempo ancora, non starò in panchina fino a 60 o 65 anni” ha dichiarato alla NBC).I guai del City sono iniziati infatti con l’introduzione dei capitoli successivi della teoria filosofica di Guardiola applicata al calcio. E qui l’excursus è obbligatorio. Claudio Ranieri l’anno scorso raccontava di come la realtà del calcio inglese e le sue tradizioni siano un limite da non sottovalutare. Nella gestione del gruppo – proseguiva Ranieri – c’è da prendere in considerazione la scarsa attitudine della realtà inglese alla gestione di troppe informazioni e lo stress di una lega ultra-fisica dove la pianificazione degli alle- namenti deve essere svolta più verso il concetto di recupero delle energie che alle teorie tattiche da applicarsi situazione per situazione. E da questo punto di vista le parole raccontate da Ranieri nel tentativo di spiegazione del successo alla base del fenomeno Leicester suonano come la ragione principale del blackout del City.

Gli Skyblues hanno reagito ai punti suc- cessivi della teoria di Guardiola con quello che è apparso come il più classico rifiuto di uno studente alla disciplina: blackout totale e reazione di rigetto.

Il City infatti non solo ha smesso di gio- care un calcio fluido, ma ha spesso finito col perdere la pazienza dentro il campo, dando via a una serie di reazioni nervose culminate nella rissa finale post-Chelsea e proseguite

di giornata in giornata in tanti atteggiamen- ti, non ultimi quelli di lunedì scorso con la nuova espulsione di Fernandinho.

Guardiola ha perso la bussola, faticando a capire come la squadra non riuscisse a seguire i suoi concetti ma soprattutto in- cappando in una serie di errori: dalla fretto- losa epurazione di Joe Hart in estate alle pan- chine punitive di Stones di qualche settima- na fa. Guardiola ha come snobbato le tradi- zioni di una lega iper-fisica, consapevole che il suo calcio-posizione potesse aggirarle piuttosto agevolmente. La relativa leggerez- za del suo undici è stata messa a nudo da mezza Premier League – Tottenham, Ever- ton, Southampton, Middlesbrough, Chelsea, Manchester United, Liverpool... persino il Burnely lunedì – e il risultato è stato una specie di esaurimento nervoso in diretta alla BBC dove il catalano si è trovato a negare problemi comportamentali e lamentarsi del- la politica degli arbitri sui calci da fermo.

Morale della favola a gennaio il Man- chester City è ancora fermo alla prima base e con 42 punti e 3 squadre che gli ronzano attorno il suo campionato sarà molto più complicato di quanto previsto. Tottenham, Arsenal e Manchester United infatti sanno tutte esattamente cosa fare.

Il pragmatismo di Mou

Curioso è vedere invece come dall’altra parte della città proprio la pazienza sia stata la chiave di svolta del Manchester United. La sponda rossa di Manchester ha cono- sciuto il problema del City già a inizio della stagione, ma averlo dovuto affrontare pri- ma degli altri ha messo Mourinho in una posizione che è ora di vantaggio. Sembra un paradosso, ma essere finito quasi subito fuori da giochi ha facilitato l’impatto del portoghese con il prosieguo della stagione. Certo, c’è stato un momento dove effettiva- mente tutto sembrava dovesse saltare: Ibra non segnava mai, Pogba non si integrava, il

Chelsea gliene rifilava quattro, il Fenerbahce passava in Europa League e persino la TV ufficiale del club sembrava muovere qual- che lieve critica a Mourinho (tanto da far arrabbiare il portoghese che da lì avrebbe rifiutato più di un intervento).

Poi però è successo quanto non acca- duto, ad esempio, lo scorso anno al Chel- sea: la squadra ha scelto di stare con il suo allenatore. L’atteggiamento di sacrificio e de- dizione alla causa è cambiato, è al tempo stesso Mourinho ha finalmente trovato un equilibrio tattico in un 4-3-3 che con Pogba libero di fare la mezz’ala e il fondamentale Carrick in cabina di regia, ha esaltato il ren- dimento complessivo della squadra.

Ibra è tornato a segnare, Lingard, Mar- tial, Rashford – hanno creato superiorità nu- merica sugli esterni e tutto ciò si è tradotto in un cammino di 11 risultati utili consecuti- vi.


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