Il calcio in pericolo

Serie A/La questione stadi aperti-stadi chiusi è terreno di scontro tra le forze politiche ma senza spettatori, afferma il presidente della Figc Gravina, si rischia il default



ROMA. Il calcio italiano rischia il default, e invoca un "recovery fund". Sullo sfondo della riapertura parziale degli stadi di Serie A e delle polemiche politiche che la cavalcano, la partita che si gioca con la ripartenza dei campionati è più grande di un San Siro desolato o di un Olimpico a spalti appena macchiati di pubblico. "Il calcio è uno: 1.000 spettatori a partita sono pochi ma un inizio, speriamo ora di allargare anche alla B, da venerdì, e alle altre serie il ritorno alla normalità", dice il presidente Figc, Gabriele Gravina, facendo presente che con "costi dei contratti pre-Covid ed entrate post epidemia, si rischia il default: per questo chiediamo un intervento del Governo". Sul fronte politico, la questione stadi chiusi-stadi aperti è in realtà terreno di scontro. Le Regioni, dal Pd Bonaccini fino ai leghisti Zaia e Fontana, hanno anticipato le scelte di Roma; Boccia ha convocato ministri e governatori e Spadafora ha spinto per l'uniformità. Poi da Gentiloni a Zingaretti sono emerse le perplessità sulla necessità di riaprire le porte ai tifosi, mentre Salvini - nei giorni scorsi sostenitore del ritorno - ha 'applauditò la scelta governativa: "mille è meglio di zero". Le tifoserie sono divise tra voglia di ritorno alla normalità e proteste al grido 'o tutti o nessunò, mentre i club di A dopo aver risolto la prima apertura con presenze a invito, mettono a punto sistemi di vendita per numeri risicatissimi: a chi andranno i mille posti di Roma- Juve? Sul fronte locale, crescono le preoccupazioni: il controllo del territorio è già abbastanza impegnativo, dice il sindaco di Firenze, Nardella, da aggiungere altri fronti. È la linea del Cts: il comitato tecnico dal 7 ottobre si troverà di fronte alla verifica sull'effetto scuola per vedere se oltre alle aperture alla A (di matrice politica, e solo in piccola parte scientifica) si può dire sì a tutti gli sport, dunque anche al calcio dalla B ai dilettanti. È quello il settore che preoccupa in Figc. La Lega di A ha fatto della questione stadi un vessillo per rivendicare il suo ruolo ("meritiamo rispetto", ha detto Dal Pino) ma come ha ammesso Fenucci il botteghino non smuove i bilanci di A, fatti soprattutto di diritti tv: se ogni 5.000 spettatori rappresentano lo 0.5% del fatturato medio di uno dei 20, quella stessa cifra ne vale un terzo dalla B in giù. La Lega Pro, tra i campionati in maggior difficoltà, si è unita ad altre discipline nel comitato Sport 4.0 ottenendo dal governo uno sgravio del 50% sulle sponsorizzazioni, con uno stanziamento di 90 milioni. Il decreto andrà nei prossimi giorni in commissione per la conversione, e Gualtieri frena sull'allargamento della base beneficiaria. Però il calcio chiede altro. "Dai dilettanti al professionismo di base, i mecenati stanno per tirarsi indietro; e questo non possiamo permettercelo - ha spiegato Gravina -. Siamo molto più preoccupati ora, alla ripresa, che non durante il lockdown". Così in attesa che dal Governo arrivino segnali di ascolto sull'idea 'recovery', la Figc immagina un protocollo di ritorno "graduale e proporzionale" del pubblico. "Abbiamo smentito gli scettici sulla ripresa del campionato, con protocolli e controlli che hanno avuto effetto contagio quasi pari a zero: con la stessa serietà, possiamo immaginare un ritorno del pubblico negli stadi". L'idea è quella di una percentuale secondo la capienza di ogni impianto ("nelle serie minori, molti a 1.000 neanche arrivano"), come da studio di via Rosellini per la A. Intanto, la Figc lavora anche con l'Uefa per ammettere spettatori a Italia-Olanda, il 14 ottobre a Bergamo. "Sarebbe un segnale di svolta e di speranza, sono ottimista", la considerazione di Gravina.

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