Il caro-greggio cambia la classifica delle top-10 dell’industria italiana: in vetta Eni scavalca Ene

di Claudia Tomatis


MILANO. Il prezzo del petrolio cambia la classifica dei big dell'industria italiana, mentre il dinamismo si trova fra le imprese di nicchia, che investono in ricerca e sviluppo, hanno un forte export (oltre 70% dei ricavi), sono protagoniste di M&A e segnano fatturati in crescita di oltre il 20%. Per le banche, che sostengono grandi e piccoli, i costi sono diminuiti, con tagli di personale e di sportelli, ma una nuova sforbiciata è stata data anche agli npl. È il quadro che emerge da uno studio di Mediobanca su 3.452 bilanci 2018, forniti da 2.577 imprese dell'industria e dei servizi (da 50 milioni di fatturato), 247 holding di partecipazione, 27 sim, 28 società di leasing, 40 di factoring e credito al consumo, 422 banche e 111 assicurazioni. I rincari del greggio hanno permesso a Eni (+13,3% a 75,8 miliardi) di spode- stare Enel (+0,6% a 73,1 miliardi) nel 2018 dal podio del gruppi industriali italiani per fatturato. Dalla classifica, con nove delle prime venti società nel settore energetico (petrolifero o energia elettrica), emerge come invece Enel sia prima per debiti finanziari (56 miliardi, +9%) e per gli utili biennali (8,6 miliardi), seguita per questi ultimi da Eni (7,5 miliardi). Nella Top20 seguono Gse, Fca Italy, Telecom Italia, terza per debiti con 29,1 miliardi, preceduta in questo campo da Edizione (48 miliardi dopo l'acquisto di Abertis). Quanto al dinamismo delle aziende, lo studio ne individua sei medie, tra cui Summa, che produce sistemi di controllo per impianti industriali (ricavi +24,9% e export 72,5%) e B&CSpeakers, quotata al segmento Star di Borsa, uno dei costruttori di trasduttori elettroacustici più grandi al mondo (fatturato +35,2% e export 93,4%), e cinque grandi, tra cui Ori Martin, che produce acciai speciali per la meccanica in particolare per l'automotive (fatturato +23,8% e export 36,8%), e Bormioli Luigi, vetreria specializzata in contenitori di alta gamma per profumeria e distilleria e di articoli per la tavola in vetro sonoro superiore (fatturato +91,4% e export 75,1%). Le banche, considerando 422 bilanci, di cui 43 consolidati, con l'esclusione di Cdp dai dati aggregati, risultano capitanate da Unicredit, prima in classifica davanti a Intesa per attivi. Nel comparto il costo del lavoro si è ridotto del 9,6% e gli oneri amministrativi del 7,1%, migliorando così il cost/income ratio, sceso dal 75,1% (2017) al 66,9% (2018). Sono stati persi quasi 9.000 dipendenti (-3,1%) e chiusi quasi 2.000 sportelli (-7,3%): da 26.365 (2017) a 24.441 unità (-27,5% estendendo il confronto a inizio decennio).Una nuova sforbiciata è stata data agli npl: dopo il picco del 2015 (198 miliardi), a fine 2018 la massa dei crediti deteriorati netti (dati consolidati) ammontava a 86 miliardi (-30%), ridotta di 43 miliardi (di cui 27 miliardi riconducibili alle banche commerciali). Il coefficiente patrimoniale di vigilanza è al 16%: le banche Commerciali (16%) sono in linea, le Bcc sono sopra (16,9%),le Popolari sotto (15%).

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