Il condottiero azzurro



MONTPELLIER. Un uomo solo al coman- do, capace col suo lavoro ossessivo di modificare il corso della piccola storia del calcio. In venti giorni, Antonio Conte ha plasmato l’Italia trasformandola da brutto anatroccolo a piccolo cigno. Per spiccare decisamente il volo agli Europei ce ne vuole ancora, e prima degli altri lo sa il commis- sario tecnico che ha trasformato un grup- po di giocatori considerati poco più di gre- gari in una squadra che i grandi del pallo- ne stanno ricominciando a temere.

Eppure tre indizi possono fare una prova. Primo dato, il Belgio dei talenti (fino a pochi mesi fa numero 1 delle classifiche mondiali) impotente di fronte all’organizzazione di gioco voluta fortemente dal ct.

Poi l’Europa che riscopre la solidità della tradizione azzurra, tra soddisfazione per il ritorno nella nobiltà continentale e timori di dover spartire gloria con un avversario scomodo; e infine l’Uefa pronta a certificare che nessuno corre come la nazionale di Conte, qui a Euro 2016.

La sua piccola campagna di Francia da vero e proprio condottiero, il ct post-Mondiale l’ha preparata in tre settimane. Un “duce giusto” (come lo definisce qualche collaboratore), e la definizione è nel senso latino e non storico-moderno del termine; un lavoratore maniacale, capace di farsi seguire con devozione assoluta e di suda- re in campo senza mai perdere il sorriso. Perchè il lavoro da allenatore è la sua vita, il suo ambiente naturale, e per chiunque lavori al suo fianco diventa naturale non perdere mai la bussola, senza peraltro sen- tire più di tanto il peso della fatica .

È credente e devoto di Antonio da Padova, santo onorato proprio il 13 giugno. È devoto soprattutto, oltre che al lavoro, alla famiglia: il bacio alla figlia dal nome evocativo, Vittoria, dopo il Belgio è come un piccolo rito. Perchè come chiunque nel calcio non rinuncia alle sue piccole scaramanzie: nella scelta delle divise per l’Europeo, pare abbia strizzato l’occhio al completo scuro, camicia compresa, ricordando che l’ultima volta con quell’outfit fu per il Mondiale 2006.

Altra analogia con quell’avventura, di cui scocca il decimo anniversario alla vigilia della finale degli Europei, la personalità portata in panchina: in Germania si parlò dei ragazzi cresciuti da Lippi (Toni, Barzagli, Grosso, quanti gregari presunti anche allora..), oggi il contismo è neologismo sgraziato ma caro ai tifosi e al Chelsea per il futuro prossimo.

Ci sono i piccoli segreti personali, come ogni allenatore: l’abitudine a non dare mai orari fissi nè programmi di allenamento, per tenere tutti sulla corda; lo studio continuo di tutti i video; lo staff che cura ogni aspetto; il controllo - anche ogni due giorni - dei riscontri medici agli allenamenti; le regole semplici della convivenza quotidiana, come il rispetto rigido dell’orario di pranzo e cena. Ma soprattutto, c’è un amore sconfinato per l’odore dell’erba, che sia quella dell’allenamento tra partita e partita o quella dei novanta minuti, la sua vita.

Tanti dei giocatori allenati da Conte raccontano la sua abilità nell’insegnare il calcio che ha in testa in tre giorni massimo, fin quasi a trasferirlo a piè pari dalla sua mente a quella altrui. Nulla di strano, allora, se tutti gli azzurri ripetono le parole del loro condottiero, sulla necessità di fare cose straordinarie per superare i propri li- miti o sulla voglia di non adagiarsi sulla vittoria di ieri. Così succede che Giaccherini schianti De Bruyne nel confronto a distanza, che Candreva faccia giocate più risolutive di Hazard, che Pellè risulti più performante di Lukaku.

Ma l’uomo al comando ha già alzato l’asticella; appena qualche ora di relax ieri pomeriggio con la moglie Elisabetta, poi è già tornato a martellare la sua Italia. Non è venuto in Francia solo per preparare e vincere la partita di lunedì: la verità nel calcio la racconta il campo, dice sempre, e solo lì il ct cerca risposte.


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