Il giorno più nero di Trump

LE ACCUSE DI MICHAEL COHEN E IL FIASCO CON KIM INDEBOLISCONO IL PRESIDENTE


di Ugo Caltagirone

WASHINGTON. Quando Donald Trump sale a bordo dell’Air Force One che da Hanoi lo deve riportare a Washington ha lo sguardo visibilmente contrariato, crucciato. Si è appena chiuso quello che per lui è probabilmente il giorno più nero da quando si è insediato alla Casa Bianca. Ed altri ancor più difficili appaiono all’orizzonte, perché il tycoon sa benissimo che quando si siederà di nuovo davanti alla scrivania dello Studio Ovale sarà un presidente più debole, più vulnerabile. Il fallimento del vertice con Kim Jong un e la testimonianza shock del suo ex fedelissimo Michael Cohen rappresentano un doppio colpo, in sole 24 ore, durissimo da assorbire, e che rischia di cambiare completamente il destino della sua presidenza. E di allontanare le speranze di una rielezione del nel 2020. Anche perché il ritratto di un presidente che ha continuato a mentire e ad agire illegalmente una volta in carica aumenta le chance che lo spettro dell’impeachment si materializzi davvero.

A chiederlo a gran voce è l’ala progressista dei democratici, sempre più influente dopo il successo alle elezioni di metà mandato. Anche se l’establishment del partito, a cominciare dalla speaker della Camera Nancy Pelosi, frena, considerando l’eventuale richiesta di impeachment azzardata: non passerebbe in un Senato ancora in mano ai repubblicani col rischio di un contraccolpo alle urne nel 2020. Meglio dunque un approccio più pragmatico - è il ragionamento di Pelosi con i suoi alleati e collaboratori - e attendere almeno cosa verrà fuori dal rapporto finale dell’inchiesta sul Russiagate, che il procuratore speciale Robert Mueller dovrebbe terminare a breve. Ma a questo punto a preoccupare Trump è anche il numero crescente di repubblicani che si interroga sui pericoli di un partito troppo legato al destino del tycoon. I malumori sono tanti, anche in Congresso, perché il timore è di rimanere travolti proseguendo sulla strada dell’assoluta lealtà verso il presidente. Quest’ultimo sperava di oscurare o almeno di limitare i danni di immagine provocati dalla testimonianza fiume di Cohen con un grande e storico successo sul palcoscenico internazionale. Invece Trump è tornato dal Vietnam a mani vuote, e soprattutto indebolito agli occhi di tanti americani che in questi anni aveva convinto delle sue enormi capacità di abile negoziatore e di ‘Re dei deal maker’, con quella sua diplomazia del ‘one-to-one’ su cui ha scommesso fin dall’inizio, ma che ora comincia a mostrare tutti i suoi limiti. Mettendo in dubbio anche il successo nei negoziati con la Cina, nonostante il tycoon continui a sottolineare i suoi ottimi rapporti con Xi Jinping. Non è un caso che dopo giorni di incertezza il consigliere economico della Casa Bianca Larry Kudlow si è affrettato a parlare di “storico accordo” in vista con Pechino. Ma per Trump l’idea di fare la fine dei suoi tre predecessori, incapaci di mettere le briglie al regime nordcoreano, è insostenibile. Tanto più che il tycoon era davvero convinto che un accordo fosse a portata di mano. La Casa Bianca ad Hanoi aveva già annunciato una cerimonia per la firma, tradita dalla troppa fretta di chiudere mentre in tutto il mondo andava in onda l’imbarazzante atto di accusa di Cohen. Altro che The Apprentice, ironizza il New York Times: dalle parole dell’ex legale del tycoon viene fuori una storia degna dei Soprano, con Trump che più che un imprenditore o un presidente viene presentato come un boss dai metodi ‘mafiosi’ se necessario. Ce ne vorrà per rialzarsi in piedi.

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