Il Governo blinda il Natale

MA RESTA IL BRACCIO DI FERRO DPCM. FUORI REGIONE PER NECESSITÀ. LITE SU STRETTA IL 25



di Serenella Mattera

ROMA. I ristoranti aperti a pranzo anche a Natale e Capodanno, il coprifuoco alle 22 e il divieto di cenoni negli alberghi il 31 dicembre. E ancora, il divieto di spostarsi da una Regione all’altra se non per lavoro o salute, per raggiungere la residenza o per “necessità”, autocertificate, come quella di “assistere un genitore solo”. Il divieto di uscire dal proprio Comune il 25 e 26 dicembre. E la raccomandazione a non sedersi a tavola, anche dentro casa, nelle festività con persone non conviventi. Sarà un decreto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte (nella foto), tra qualche ora, a segnare i confini di quello che Roberto Speranza annuncia al Parlamento come un Natale “diverso dagli altri”. La linea dura del governo è acclarata: dal 21 dicembre al 7 gennaio (ma le date potrebbero ancora variare) limitazione degli spostamenti e “lotta” agli assembramenti, a partire dalla chiusura delle piste da sci. Ma non tutto è deciso, a partire dalla scuola. E su quanto debba essere davvero dura in concreto la linea, va in scena fino all’ultimo un durissimo braccio di ferro: al Senato esplodono le tensioni nella maggioranza, Italia viva e una minoranza del Pd chiedono di permettere i ricongiungimenti familiari anche fuori regione e allentare la morsa del Natale. Il premier Conte porta a tarda sera in Consiglio dei ministri un decreto legge per definire il perimetro delle nuove restrizioni, a partire dal divieto degli spostamenti. Il decreto servirà anche a consentire al prossimo dpcm di durare più di trenta giorni (si discute se porre il limite a 45, 50 o 60), per poter coprire le festività almeno fino alla Befana. Il dpcm che Conte dovrebbe firmare giovedì sera, dopo presentazione in conferenza stampa, dovrebbe durare fino al 7 gennaio, ma potrebbe essere esteso, spiega il ministro Francesco Boccia, “anche a un giorno o una settimana dopo”. Si deciderà dopo un nuovo confronto con le Regioni, alle quali la bozza del testo dovrebbe essere inviata nella notte per ricevere poi i loro rilievi. “Siamo a disposizione H24”, assicura il veneto Luca Zaia, che come Stefano Bonaccini benedice l’idea di tenere aperti i ristoranti a pranzo anche a Natale e Capodanno. E’ innanzitutto dal Parlamento, però, questa volta, che al governo arrivano forti resistenze. Speranza al Senato e alla Camera illustra la linea concordata nel governo in un lungo vertice martedì notte. Si dice fiducioso che presto l’indice RT possa calare sotto 1 ma avverte che il “raggio di sole” non vuol dire “pericolo scampato”: “Se abbassiamo la guardia la terza ondata è dietro l’angolo”. Per piegare la curva evitando il lockdown generale, spiega il ministro della Salute, vanno evitati gli assembramenti nelle località sciistiche e limitati gli spostamenti internazionali. Si sta invece valutando - e Luigi Di Maio dal M5s auspica che sia così - di riportare in classe a dicembre i ragazzi delle superiori, magari riducendo la didattica a distanza dal 14 dicembre. Per il resto, il governo prevede: divieto di uscire dal Comune il 25-26 dicembre e 1 gennaio, stop alle crociere, quarantena per chi rientra dall’estero, apertura degli alberghi in tutta Italia ma con chiusura alle 18 dei loro ristoranti la sera del 31 dicembre. Tutto bene? No, perché il governo è orientato ad aprire gli hotel anche nelle zone di montagna e non chiudere i ristoranti a Natale e Capodanno. Ma agli “aperturisti” non basta. Al Senato va in scena una dura lite tra i capigruppo di maggioranza, che non riescono a trovare un accordo su una risoluzione comune da votare in Aula: si fa firmare dai capigruppo in commissione Salute un generico via libera alle comunicazioni di Speranza. Sulle barricate ci sono Davide Faraone (Iv) e Andrea Marcucci (Pd). “No alla chiusura dei comuni a Natale”, perché - dicono all’unisono - non ha senso penalizzare chi vive in piccole città, magari senza ristorante. Si apra ai ricongiungimenti con i parenti più stretti, i genitori e i nonni. E, chiede Faraone, si permettano le crociere e le cene della vigilia in albergo. La linea di Marcucci non è quella del Pd, chiariscono subito Nicola Zingaretti e Dario Franceschini, che descrivono molto irritato con il capogruppo Dem: “Serve la massima prudenza”. Gli “aperturisti” chiedono di incontrare Conte: li ricevono i ministri Speranza e Federico D’Incà. Fuori dalla sala della riunione si sentono urla: “Così non c’è più maggioranza”, qualcuno sente dire a Marcucci. Anche alla Camera il clima è teso. Il dibattito promette di proseguire in Consiglio dei ministri ma la linea dura è decisa: anche Conte, dopo aver espresso dubbi su specifiche misure, sceglie di non derogare almeno sul fattore più rischioso, lo spostamento tra Regioni, anche se gialle. Dunque dovrebbero resistere poche, limitate deroghe: dal 21 dicembre non ci si potrà muovere per raggiungere le seconde case. Ma i dettagli da definire sono ancora molti: quante persone far sedere a tavola? C’è l’ipotesi di raccomandare un massimo di dieci. Consentire di muoversi a chi abbia solo il domicilio? Quando far tornare i ragazzi a scuola? Ancora ventiquattro ore per trattare.

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