Il Pd annaspa fra le correnti


REFERENDUM/ALTA TENSIONE NEL PARTITO DOPO LA SCONFITTA DEL SÌ


ROMA. Restare alla guida del Partito democratico e da segretario lanciare subito la sfida delle urne, “capitalizzando” il 40% di voti per il Sì nel referendum costituzionale. E’ lo schema su cui vanno in pressing in queste ore i renziani. Matteo Renzi, amareggiato dalla sconfitta referendaria, si mostrava ancora ieri tentato dal lasciare la guida del partito, oltre che del governo. Ma i “fedelissimi” si fanno avanti a indicare una via di rilancio: “Ripartiamo - scrive su Twitter Luca Lotti - dal 40% di ieri!”. Ma nelle sue parole la minoranza Dem legge un messaggio preoccupante: non si acceleri sulle urne - è la linea dei bersaniani - bisogna garantire la stabilità con un governo sostenuto dal Pd che dia una “svolta”. Solo dopo ci si sfiderà nel congresso. Domani, quando alle 15 si riunirà la direzione del partito, si inizierà a capire come sono destinati a cambiare gli equilibri interni, dopo il “liberi tutti” della schiacciante vittoria del No. Sarà quella l’occasione, innanzitutto, per ascoltare Renzi, capire se si sarà fatto persuadere - come gli chiedono sia i fedelissimi che i franceschiniani - a non lasciare la guida del partito. E apprendere se sia disponibile a dare l’avallo a un governo di scopo o istituzionale che cambi la legge elettorale e traghetti alle elezioni. Una sua parola aprirà davvero i giochi tra le correnti Pd, che in queste ore vagliano i possibili scenari in una girandola di incontri, ma mantengono tanta prudenza, dopo lo smarrimento delle prime ore.A frenare l’ipotesi del voto potrebbe essere un pezzo della stessa maggioranza Pd, come l’area guidata da Dario Franceschini, che già in campagna elettorale si era espresso per una soluzione che assicuri stabilità al Paese. I renziani di stretta osservanza, persuasi che il fronte del No non sia in grado di indicare un’alternativa, premono però per un ritorno il più celere possibile alle urne. “Ripartiremo dai 13,5 milioni di voti per il Sì con grande responsabilità”, dice Dario Nardella. “Al presidente della Repubblica diremo che siamo pronti a sostenere un governo che porti il Paese al voto prima possibile, con una nuova legge elettorale”, afferma Matteo Richetti. Ma sul come ripartire, il clima si annuncia molto pesante mercoledì in direzione.Anche perché i “pasdaran” renziani non nascondono più la difficoltà a “convivere” con quel pezzo di minoranza Dem che - nota Dario Parrini - “brindava” per il successo del No nelle urne. Rinfrancati dall’aver saputo cogliere il malcontento “anche di numerosi elettori Pd”, i bersaniani però ora puntano a “riprendersi il partito”, escludendo con ancor più forza ipotesi scissione. “Adesso ci impegniamo per la stabilità e per una netta e visibile correzione delle politiche”, dichiara Pier Luigi Bersani, chiedendo “risposte alla questione sociale”. Prima il Paese, “poi l’establishment”, afferma l’ex segretario. E chiede un governo sostenuto dal Pd pienamente operativo sui temi economici (“Basta con la politica dei voucher”, dice Nico Stumpo). Il che vuol dire che l’area guidata da Roberto Speranza non chiede per ora di anticipare il congresso del partito, vera occasione per sfidarsi sulla linea politica.

“Se si forma un governo potremmo fare il congresso come previsto, a ottobre”, dice anche Massimo D’Alema, tornato attivo anche sul fronte interno al partito. Un’ipotesi che darebbe anche il tempo alla sinistra interna di organizzare un’alternativa unitaria. Per un congresso nei tempi stabiliti sarebbero anche le aree di maggioranza che fanno capo a Maurizio Martina e i “Giovani turchi”, che potrebbero lavorare alla candidatura di Andrea Orlando. Mentre si prepara a chiedere le dimissioni del segretario il presidente della Puglia Michele Emiliano, che sta valutando la candidatura al congresso. Emiliano, come Francesco Boccia, spinge perché la sfida per il nuovo segretario si svolga il prima possibile: niente rinvii.


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