Il Pd pronto alla chiamata



GOVERNO/RENZI SCETTICO SULLA TRATTATIVA, IL PARTITO ATTENDE MATTARELLA

ROMA. “Adesso tocca ai vincitori delle elezioni. E vediamo se saranno in grado”, ripete in serata Matteo Renzi, quando il tavolo tra M5s e Lega sembra compiere timidi passi avanti. L’ex segretario, e non solo, però, resta scettico, secondo chi lo ha sentito, sugli esiti della trattativa e tiene la guardia alta. Perché sulle macerie di Di Maio-Salvini il Pd potrebbe essere chiamato alle proprie responsabilità. E, riconoscono tutti i Dem, se Mattarella “chiamasse” sarebbe difficile tirarsi indietro. Ma il Pd rischierebbe di spaccarsi. Tanto che Graziano Delrio si dice convinto che su ogni ipotesi di governo, che sia col M5s o istituzionale, si dovrebbero “sentire gli iscritti”. Renzi trascorre la giornata a Palazzo Giustiniani, nel suo ufficio a pochi metri dove Casellati incontra nel pomeriggio M5s e centrodestra. Fa incontri, come quello con Ettore Rosato, e telefonate. Poi, mentre l’intesa tra M5s e Lega sembra prendere quota, rompe un silenzio lungo settimane con una newsletter. “Tocca a chi ha vinto le elezioni e vedremo se saranno capaci” a governare, ripete come un mantra, sottolineando che grazie agli esecutivi di centrosinistra il nuovo esecutivo po- trà mettersi al lavoro senza “spade di Damocle” sulla testa. E con largo anticipo annuncia la prossima Leopolda, il 19 ottobre: “La prova del nove”, è il titolo. E allude a un rilancio che, attraverso il congresso del Pd (i renziani sono ancora convinti di farlo a novembre o febbraio 2019) e la lunga volata verso le europee, magari in asse con Macron, avvii la risalita dopo la sconfitta. In questa chiave aiuterebbe, riconoscono i renziani, un governo M5s-centrodestra o M5s-Lega: in chiave interna, affermano, si potrebbe anche scegliere una “tregua” che lasci Martina alla segreteria. E per ora stare fermi alla finestra è la linea che tutto il Nazareno sceglie: “Siamo minoranza propositiva”, trapela al termine di una riunione di segreteria. Ma se il tavolo M5s-Lega, su cui mol- ti Dem scommettono, saltasse, il tema di come “scongelarsi” si riproporrebbe. E infatti la minoranza di Andrea Orlando e Gianni Cuperlo già chiede una convocazione della direzione, per valutare come porsi se il Pd verrà chiamato al tavolo delle consultazioni, magari - sperano dalla sinistra del Pd - da Roberto Fico per cercare un’intesa con M5s. Ma i renziani a un accordo con i Cinque stelle non credono e infatti già alzano l’asticella, a partire dal no a Di Maio premier: il dialogo servirebbe solo a fare emergere, dire un dirigente, le divisioni nel campo grillino. Altro il caso di una chiamata di Mattarella per un esecutivo del presidente. A quel punto, osservano i Dem, nessuno nel Pd potrebbe sottrarsi, anche nell’ipotesi in cui M5s e Lega si sfilassero e si trattasse di far nascere un governo di minoranza con uno scopo ben preciso. “Responsabili siamo sempre stati”, dice Martina. Ma Delrio dice che anche in quel caso bisognerebbe “sentire la base”. La strada non sarebbe facile per i Dem. Ma per ora è remota. La via maestra, con qualche sollievo, li tiene fuori.


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