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Il popolo dei “danarosi”

LE “MONETE ATRIANE” DEI PICENI SONO TRA LE PIÙ ANTICHE DEL MONDO

di Maria regina de Dominicis


VI SIETE MAI chiesti perché il Mare Adriatico, in Italia, si chiama così? Approfonditi studi rivelano che il suo nome derivi dall’antica cittadina di più di tremila anni “Hatria = Atri” che si trova su una dolce collina in Abruzzo, nella provincia di Pescara, tra il monte Gran Sasso ed il Mare Adriatico. Una cittadina di origine etrusca come testimoniano antichi reperti ar- cheologici esposti al British Museum di Londra. Nell’antichità era usata la pratica “ver sacrum”: quando un popolo rischiava di estinguersi per carestia o epidemia, gli uomini e le donne giovani e forti venivano mandati via alla ricerca di nuove terre da occupare e dove dare vita ad un nuovo popolo e nuove città. Venivano accompagnati dalle statue, immagini delle divinità che veneravano e che li dovevano proteggere lungo il cammino e per tutta la loro nuova futura vita. Intorno al VII secolo a.C. un popolo di stirpe illirica, proveniente dall’altra sponda del mar Adriatico, si accampò proprio nel territorio della futura città di Atri. Esso adorava il Dio Adranus ed il cane era il suo simbolo come testimoniano le antichissime monete ritrovate nel territorio di Atri durante gli scavi archeologici, recanti sul dritto il volto di un uomo che potrebbe essere il capostipite o il dio stesso e sul rovescio il disegno di un cane. Nasceva così “Hatria”, passata poi sotto il dominio del popolo dei Piceni fino alla conquista romana nel secolo III a.C.. I Piceni di Hatria o Hat diedero alla città un grande sviluppo economico, agricolo, artistico e commerciale stabile do sul mare un proprio porto punto focale per gli scambi commerciali. Erano un popolo dedito all’agricoltura, alla pasto- rizia, producevano grano, olio ed un vino molto apprezzato (e lo è ancora) che veniva esportato anche in Grecia fino in Egitto. Nel territorio di Hat transitavano i pastori con le loro pecore, durante la Transumanza, per poi proseguire fino in Puglia e qui dovevano “pagare il pedaggio”. Una città che ha vissuto per secoli come una “repubblica autonoma”, che si estendeva dalle pendici del Gran Sasso fino al mare. Una città notevolmente sviluppata dal punto di vista economico-commerciale che aveva la sua “moneta”. Le “monete atriane” sono tra le più antiche del mondo, sono grandi, in bronzo fuso e le due serie complete esistenti sono conservate una ad Atri e l’altra nel British Museum di Londra. Molte altre appartengono a collezioni private, comprate a prezzi elevatissimi, altre sono esposte in tanti musei negli Stati Uniti, a Berlino, Vienna, Napoli e nella stessa Atri. Una città così forte nella sua indipendenza, giuridica, economica e commerciale da avere una sua “Zecca” dove coniare le monete in bronzo, alcune molto grandi e pesanti, utili per il “pagamento” dei grossi traffi- ci commerciali con i popoli che provenivano sia dal mare che da oltre le montagne degli Appennini. Prima dell’arrivo delle monete, il “baratto” era il mezzo con il quale si testimoniava, avvertiva che c’era stato uno “scambio” tra il venditore ed il compratore. Spesso anche i beni “naturali” diventavano monete come le conchiglie, i chicchi di cacao, il sale (da qui la parola salario), il grano (avere il grano=avere i soldi). Il termine moneta nasce da una leggenda che appartiene alla storia dell’Antica Roma: “Le oche del Campidoglio”. Roma era in guerra contro il popolo dei Galli che volevano conquistare la Città Eterna. Una notte il popolo nemico organizzò un attacco nella zona del Campidoglio ove sorgeva il Tempio della Dea Giunone e venivano allevate le oche, gli animali s cri della Dea, simboli di profezia e verità. Le oche, avvertito il pericolo, si misero a starnazzare svegliando i soldati e salvando così Roma dall’assedio. Da quel giorno la Dea acquisì il nome di “Giunone Moneta” dal verbo latino “monere” (avvisare, avvertire). I Romani riconoscenti alla loro Dea ed alle sue oche, costruirono presso il Tempio la loro “Zecca” dove producevano le monete romane sotto la protezione divina. Studi storici hanno dimostrato che la “moneta metallica” è nata in Lydia, una regione dell’attuale Turchia, nel VII secolo a.C. diventando il simbolo degli scambi commerciali e della ricchezza. La grandezza di un popolo si misurava anche dal possesso delle monete che venivano “coniate” (stampate) nella propria Zecca, l’officina che produceva monete, con metalli preziosi come piombo, argento, rame, oro per dare il diverso valore.

Durante l’Impero Romano la moneta non aveva solo il valore commerciale ma era anche un mezzo di propaganda. Era utile per far conoscere a tutto il vasto impero romano, fino nel posto più lontano, le gesta dell’imperatore che comandava. Infatti da un lato della medaglia veniva ritratto il volto dell’imperatore di turno e dall’altro coniato il simbolo della sua famiglia o di un complesso architettonico che aveva fatto realizzare o di un gesto valoroso da lui compiuto. Le monete romane diventavano “testimoni” della storia dell’Impero ed il mezzo per far conoscere al mondo la sua grandezza. Un ruolo che assunsero per tutti i secoli a venire.

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