Il prezzo dell’accoglienza


CONSIDERAZIONI DOPO L’ATTACCO ALL’UNIVERSITÀ DELL’OHIO


Torna l’incubo terrorismo negli Stati Uniti. Non sono passati che cinque mesi dalla notte di Orlando, in cui cinquanta persone morirono sotto i colpidi un afghano votato alla jihad, che questa volta tocca al campus della Ohio State University a Columbus, Ohio appunto. Sebbene le autorità vadano per il momento con i piedi di piombo, nel definire come attacco terroristico l’ennesima mattanza tentata da un sedicente “rifugiato”, questa volta somalo, i segnali che anche questa volta ci troviamo dinanzi ad un fondamentalista islamico, beh almeno quelli ci sono tutti. Ma andiamo per gradi. L’Ohio è uno degli Stati d’America con il tasso d’istruzione più elevato, merito di una forte sinergia tra le company che operano sul territorio e un’università che rappresenta l’eccellenza assoluta nei settori più disparati. Al contempo lo Stato del Midwest rappre- senta una terra che sta pagando un prezzo altissimo alle cosiddette politiche di “accoglienza”, fortemente volute negli ultimi anni dall’amministrazione Obama. Queste politiche hanno generato un flusso ingestibile di rifugiati politici, che molto spesso altro non sono che migranti economici, che in barba alla normale trafila cui tutti gli immigrati in America si sono dovuti sottoporre nel corso dei secoli, hanno ottenuto la Permanent Resident Card, ovvero la famosa Green Card. Ma non solo. Le Università americane, da sempre molto attente a creare borse di studio rivolte a cittadini provenienti da Paesi del terzo mondo, consentono loro di ottenere un’istruzione di altissimo livello senza dover accendere mutui o prestiti, che talvolta rappresentano l’ostacolo più grande di tutti gli studenti americani. Insomma, diciamo una politica orientata al multi- culturalismo e alla “valorizzazione” delle diversità, sia da parte di Washington che da parte accademica. Che purtroppo sta producendo dei mostri ed ecco che possiamo parlare dei fatti accaduti. Il giovane somalo che nei giorni addietro si è lanciato dapprima con un’auto su degli studenti inermi, poi ne ha aggrediti alcuni con un coltello a serramanico ed infine ha cercato di compiere una vera e propria carneficina con l’ausilio di un machete, non era il cosiddetto studente modello. Nel corso del primo anno accademico si era più volte distinto per dure azioni di protesta nei confronti della dirigenza universitaria, colpevole a suo avviso, di non aver edificato una moschea all’interno del campus studentesco. Più volte era stato autore durante le lezioni,di inter- venti antisemiti e improntati all’islam ideologico e fondamentalista. Più e più volte, secondo le testimonianze di alcuni giovani universitari che lo conoscevano bene, si era lasciato andare a commenti impregnati di odio nei confronti dell’America e dell’occidente in generale. Poi, la tentata mattanza. Che per modalità ricorda l’intifada compiuta dai terroristi di Hamas in Israele, che ormai da anni attaccano inermi cittadini con mezzi di ogni tipo, dalle auto lanciate a folle velocità sui pedoni alle cinture esplosi- ve, fino alle aggressioni compiute da singoli cocoltelli su civili indifesi. Inoltre, c’è un dato rilevante che andrebbe considerato come centrale in questo contesto. Il giovane fondamentalista, è di nazionalità somala. Forse a molti sfugge, ma la Somalia rappre- senta oggi uno dei Paesi più fertili per la proliferazione e l’addestramento dei nuovi jihadisti. In questo Paese ormai Al Shabaab, uno dei gruppi terroristici più ricchi, estesi e pericolosi attualmente presenti sulla scena mondiale, da quasi due decenni controlla ampie porzioni di territorio e influenza il processo politico nel Paese. Al Shabaab, che tra l’altro in lingua somala significa “i giovani”, proprio sui giovani fa affidamento per esportare la jihad nel mondo, specialmente su quelli che riescono ad ottenere visti stu- denteschi nei Paesi occidentali. Tutti indizi che messi insieme riescono a fare, se non una prova, comunque un elemento diriflessione. Insomma, possiamo e dobbiamo dire che più di un segnale ci porta a pensare che questo diciottenne, da troppi incautamente definito come un semplice psicopatico, sia un terrorista islamico fedele ad Al Shabaab. Questa volta la mattanza non è andata a buon fine, per fortuna. Ma è stato solo un caso, una serie di circostanze che hanno fatto sì, che il jihadista somalo incontrasse la tenace resistenza di alcuni giovani universitari ben allenati in sport da combattimento e poi della SWAT cittadina, che lo ha prontamente freddato nel corso del blitz al campus universitario. Ma ora due domande sono più che legittime. La prima. A margine dei ripetuti attacchi compiuti su suolo americano (Minnesota, Washin- gton, Orlando e ora Ohio) da giovani studenti islamici “rifugiati” o figli di tali, che godono di benefit spesso negati al cittadino americano in nome di un multicul- turalismo che fa acqua da tutte le parti, le politiche di prevenzione e contrasto al terrore, segnano il passo rispetto ai tempi che corrono. Il fatto che un giovane somalo dichiaratamente estremista era praticamente sconosciuto alle autorità americane, ne è una degna prova. Non sarebbe quindi il caso di implementare, urgentemente, nuove task force federali antiterrorismo e nuovi strumenti giudiziari per contrastare il nuovo terrorismo fai da te? La seconda. Questa mancata strage sottolinea un dato ormai palese. Il terrorismo, a prescindere se compiuto da lupi solitari o gruppi ben organizzati sul territorio, è presente in tutto l’Occidente. Non vive soltanto nelle banlieu parigine o nelle periferie di Bruxelles, ma si è capillarizzato dall’europa al Nord America, agevolato anche da politiche migratorie stolte e poco lungimiranti, votate all’acco- glienza indiscriminata di chiunque si dichiari “rifugiato”. Perfino un Paese come gli Stati Uniti, dove la Sicurezza è un tema cardine del dibattito pubblico e ottenere un permesso di soggiorno è impresa assai ardua, il terrore ha messo radici. Ecco quindi che sorge spontanea la domanda: fino a che punto siamo disposti a spalancare le porte dei nostri Paesi, a persone che odiano visceralmente i valori di cui siamo portatori, a giovani di fede islamica promotori del fondamentalismo e in definitiva a tutti coloro che non hanno la minima remora a dichiarare guerra all’Occidente e alla libertà?


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