Il processo è ancora aperto


TOTÒ RIINA/FINO ALL’ULTIMO IL BOSS DEI BOSS SI È RIFIUTATO DI PARLARE


PALERMO. Lo spiraglio fatto trasparire dal suo storico legale, l'avvocato Giovanni Anania che a lui affettuosamente si rivolgeva chiamandolo "Totò", è durato meno di una settimana. A smentire la volontà di rispondere alle domande dei pm al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia è stato lui stesso: Salvatore Riina, padrino corleonese che per almeno trent'anni ha retto le sorti di Cosa nostra.

Steso su una barella, collegato in videoconferenza dal reparto detenuti dell'ospedale di Parma con la corte d'assise che celebra il dibattimento sul patto oscuro tra pezzi dello Stato e mafia negli anni delle stragi, il boss dei boss con voce flebile ma ferma ha fatto sapere che di parlare non ave- va alcuna intenzione. Un sospiro di sollievo per i poteri occulti che, secondo l'accusa, avrebbero, col braccio armato dei clan, tentato di destabiliz- zare il Paese negli anni '90?

A pensarlo sono in pochi,perché che Totò Riina avrebbe contributo a fare chiarezza su una stagione tutta da decifrare non ci credono nemmeno i pm che hanno istruito un processo che, con la morte del capomafia, perde un pezzo centrale.

Nella ricostruzione della Procura, infatti, tutto avrebbe avuto inizio dal padrino stragista. I militari del Ros, attraverso un altro potente corleonese, l'ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, avrebbero avvicinato proprio Riina proponendogli uno scambio. La fine delle stragi e in cambio la disponibilità dello Stato a trattare.

Ma il boss sanguinario, forte della dimostrazione di potere incassata con la strage di Capaci, avrebbe risposto mettendo sul piatto il 'papello'. Un pizzino da lui dettato non si sa a chi, visto che le indagini non l'hanno accertato, con le richieste per far cessare il sangue. Richieste che pure Ciancimino, uno dallo stomaco forte, ritenne inaccettabili.

Stretti in un vicolo cieco i carabinieri avrebbero allora cambiato interlocutore rivolgendosi al più "mite" Bernardo Provenzano che alla trattativa avrebbe dato corso, ottenendo alleggerimenti sul carcere duro e l'impunità per sè. A Riina non sarebbe finita bene, consegnato, a dispetto della verità ufficiale, dallo stesso Provenzano che l'avrebbe fatto arrestare fornendo ai militari l'indirizzo della sua ultima latitanza. Una storia che, però, nel corso del processo è stata rivista e tirata come una coperta troppo corta fino a essere sostanzialmente stravolta. E la trattativa inizialmente finalizzata alla cessazione delle stragi è ormai un pezzo di una capitolo in cui mafia ed eversione con le bombe avrebbero tentato di mutare il corso della storia d'Italia.

Il processo è ormai alle battute finali. La posizione di Riina verrà chiusa con la dichiarazione di estinzione del reato - quello di minaccia a corpo politico dello Stato che tante critiche ha suscitato nei giuristi - per morte dell'imputato. Neppure la sentenza, c'è da scommetterci, sopirà le polemiche che hanno accompagnato una vicenda giudiziaria lunga 10 anni. Polemiche che hanno spaccato media, opinione pubblica e la stessa magistratura divisa sull'attendibilità del teste principale, Massimo Ciancimino, nel frattempo condannato per calunnia, e su una ricostruzione da molti ritenuta fantasiosa. Fino alle tensioni che portarono allo scontro istituzionale tra la Procura di Palermo e il Quirinale.

Una guerra finita davanti alla Consulta dopo la notizia che nelle intercettazioni disposte durante l'inchiesta trattativa era finito anche l'ex presidente Giorgio Napolitano. La vicenda finì con una sonora tirata d'orecchie della Corte ai pm e la distruzione delle telefonate.


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