“Il terrorismo non è pazzia”



LONDRA. “Il radicalismo e il terrorismo non sono malattie della mente né vanno diagnosticati come forme di disordine psichico”. Ma l’alienazione e gli squilibri patologici della personalità possono essere un grave fattore di rischio sulla strada della violenza, rendendo gli individui che ne sono affetti “vulnerabili” alla propaganda dei predicatori dell’odio. Parola di sir Simon Wessely, presidente del Royal College of Psychiatrists britannico.

Interpellato sugli accoltellamenti a Russell Square, ennesimo fatto di sangue associato a presunti problemi mentali, e sull’arresto del giovane diciannovenne il cui attacco secondo Scotland Yard risulta aver avuto una componente di follia come “fattore significativo”, Wessely mette qual- che puntino sulle i.

Gli omicidi originati da raptus accertati come tali dai medici sono calati un po’ dappertutto negli ultimi 30 anni, precisa. Ma è vero che nel mondo contemporaneo esistono sacche di disagio profondo e che “bisognerebbe fare di più per aiutare le persone alienate, disturbate, turbate”: in particolare fra i giovani e gli adolescenti psicolabili.

L’errore, avverte, sarebbe tuttavia quello di credere alla reclusione dei soggetti a rischio come a un

toccasana: “Dobbiamo essere - spiega lo psichiatra numero 1 del regno - molto cau- ti in proposito e valutare caso per caso. In Gran Bretagna abbiamo già il Mental Health Act, che consente di detenere e imporre un trattamento obbligatorio a certe persone, in certe circostanze. Ma né il radicalismo né il terrorismo sono malattie mentali”.

Semmai, insiste sir Simon, occorre mi- gliorare le strutture di aiuto per “i giovani e gli adolescenti alienati o mentalmente turbati”, che in effetti sono almeno in teoria esposti alle sirene della violenza più in-

sensata e cieca. Mentre si deve evitare di dare risposte repressive o pseudo-terapeu- tiche sbagliate che possono renderli “ancora più vulnerabili alle influenze radicali”. Di certo c’è, rileva il professore, che in taluni bacini di marginalità ed estraniamento mentale (tra forme di “autismo, depressione, difficoltà relazionali”) emerge una più alta probabilità di veder nascere personalità violente definite dagli psichiatri di “attori isolati”.

Figure minoritarie in cifra assoluta, ma potenzialmente micidiali, come si è visto non solo nel caso di ‘dissociati’ avvicinatisi al jihadismo dell’Isis, ma anche - elenca Wessely - di stragisti entrati in azione in varie scuole Usa o dell’estremista norvegese Breivik.

Casi su cui la psichiatria può - forse - intervenire utilmente se presi per tempo. Ma per affrontare i quali bisognerebbe dotarsi, oltre che di poliziotti armati fino ai denti, di una rete adeguata di centri di salute mentale e di sostegno sociale. Centri che nella Gran Bretagna dei tagli al welfare, conclude sconsolato il presidente del Royal College, sono “miseramente sotto- finanziati”.


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