In galera cronisti anti-Erdogan


TURCHIA/NUOVI ARRESTI. LEADER CURDI IN CERCERE DI MASSIMA SICUREZZA, PROTESTE E SCONTRI


ISTANBUL. Ancora una giornata di tensioni e scontri in Turchia, dopo l’arresto venerdì di 9 deputati del partito filo-curdo Hdp, terza forza in Parlamento, tra cui i leader Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. Ieri mattina, un tribunale di Istanbul ha convalidato gli arresti di 9 giornalisti e amministratori del quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet, diventato la ‘bestia nera’ del presidente Recep Tayyip Erdogan con lo scoop sul passaggio di armi dei servizi segreti turchi in Siria. Dopo essere stati fermati lunedì, con un blitz che aveva scatenato proteste e allarmi a livello internazionale, restano quindi in galera il direttore Murat Sabuncu, il noto editorialista Kadri Gursel e il vignettista Musa Kart, accusati di sostegno alla presunta rete golpista di Fethullah Gulen e al Pkk curdo. Davanti alla redazione del giornale, nel centro di Istanbul, è proseguito anche ieri il presidio dei lettori, che temono un prossimo commissariamen- to. Dal fallito golpe del 15 luglio, sono già 168 i media di opposizione chiusi da Erdogan con decreti dello stato d’emergenza, mentre oltre cento giornalisti rimangono dietro le sbarre, più di 750 tessere stampa sono state revocate e oltre 2.500 reporter hanno perso il lavoro. Resta pesante anche il bavaglio al web, mentre social network e app di messaggistica sono ancora fortemente rallentate, Ankara ha chiesto di bloccare anche i servizi Vpn, che permettono di aggirare la censura. Ieri mattina intanto, i leader curdi Demirtas e Yuksekdag sono stati trasferiti da Diyarbakir in due prigioni di massima sicurezza nel nord-ovest della Turchia, a centinaia di chilometri di distanza. Le autorità temono proteste nelle carceri delle regioni a maggioranza curda, che intanto continuano a riempirsi di oppositori di Erdogan. Altri 9 esponenti dell’Hdp sono stati arrestati in un blitz ad Adana. Ma dopo gli arresti, non si fermano in tutto il Paese le proteste dei curdi e dei loro sostenitori. La polizia ha respinto con gas lacrimogeni e idranti una manifestazione nel quartiere centrale di Sisli a Istanbul. Per rispondere al giro di vite, anche l’opposizione social-democratica Chp ha convocato una riunione d’emergenza. Nel frattempo, è diventato un giallo la responsabilità dell’autobomba esplosa venerdì mattina vicino a un edificio della polizia a Diyarbakir, che ha provocato 11 morti e 100 feriti. Attraverso la sua agenzia Amaq, in serata l’Isis aveva rivendicato l’attacco, per la prima volta in Turchia. Pochi giorni fa, il Paese era stato citato come obiettivo da colpire dal leader del Califfato, Abu Bakr al-Baghdadi. Ma ieri Ankara ha ribadito di ritenere “certo” che dietro l’attentato ci sia il Pkk, citando come prove le intercettazioni di alcuni suoi militanti. Gli espo- nenti dell’Hdp sostengono però che l’autobomba sia stata in effetti piazzata dai jihadisti, con l’obiettivo di colpire proprio i parlamentari curdi, in quel momento detenuti negli uffici della polizia.


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