Kerry: “Aleppo è finita”


MED 2016/IL SEGRETARIO DI STATO USA INVOCA UNA RIPRESA DEI NEGOZIATI


ROMA. L’agonia di Aleppo fa da sfondo alla Conferenza Med 2016 in corso a Roma, in cui oltre 55 Paesi cercano soluzioni per le crisi che affliggono il Mediterraneo. A partire proprio dalla Siria e dalla sua città ‘martire’: “Aleppo ormai è finita, andata”, ha ammesso il segretario di Stato americano John Kerry incontrando Paolo Gentiloni a margine dei lavori, invocando adesso una ripresa dei negoziati.Anche il ministro degli Esteri italiano, in un faccia a faccia con il collega russo Serghiei Lavrov, ha avvertito che “sulle macerie di Aleppo non può fondarsi una transizione politica” e che è il momento di ridare spazio alla diplomazia. Alla conferenza di Roma - organizzata da Farnesina e Ispi, con la media partnership di ANSAmed-ieri i protagonisti più attesi erano proprio i capi delle diplomazie di Stati Uniti e Russia, che tra un seminario e l’altro hanno trovato il tempo anche per parlarsi a quattr’occhi, mentre in Siria la carneficina pare senza fine e ad Aleppo est, la zona controllata dai ribelli e bombardata dal regime di Assad con l’aiu- to dei russi, in una settimana 31.500 persone sono state costrette a fuggire. Kerry rappresentava un’Amministrazione americana in uscita, quindi i veri giochi si riapriranno con l’in- sediamento di Donald Trump. Nel frattempo, gli Usa restano molto preoccupati. Il segretario di Stato, incontrando Gentiloni, ha messo una pietra tombale sulle speranze di Aleppo: “E’ finita, andata. Adesso è il momento di riprendere i negoziati e sarà compito della prossima amministrazione portarli a termine. L’Onu deve guidare questi sforzi”, ha affermato, chiedendo che si “smetta di uccidere per consentire l’arrivo di aiuti umanitari”. Allo stesso tempo, Kerry ha rilevato che anche la Russia “ha bisogno di una pace”. E proprio questa potrebbe costituire la chiave per riannodare i fili del dialogo. Mosca, in effetti, potrebbe aver già ottenuto tutto ciò che voleva sostenendo Assad nella sua guerra contro i ribelli, e soprattutto è evidente a tutte le parti che l’uscita di scena del rais non sia più una precondizione per sedersi al tavolo. Nemmeno per gli Stati Uniti, che sarebbero quindi disposti a partire subito, lasciando poi il testimone a Trump, che tra l’altro ha già mostrato, almeno a parole, di essere più vicino alle posizioni di Mosca. Il massacro di Aleppo deve comunque finire, perché, come ha ribadito Gentiloni incontrando Lavrov faccia a faccia, “la soluzione militare non è la soluzione in Siria e sulle macerie di una città”, Aleppo, “non si costruisce un processo negoziale e una transizione”. Per l’Italia, che con Mosca ha sempre sostenuto la necessità di dialogare, l’obiettivo è “fermare la violenza, aprire lo spazio a interventi umanitari, evitare rappresaglie, avviare un processo di transizione in cui ci sia la disponibilità del regime a condividere il potere”. E la “Russia, alla quale mi sono appellato - ha rimarcato il capo della diplomazia italiana - ha una particolare responsabilità per il suo ruolo in Siria”. Lavrov, da parte sua, ha tenuto ferma la posizione di Mosca, sostenendo che la pace è bloccata da “chi vuole destituire Assad, violando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che ha stabilito un confronto inclusivo tra tutte le parti siriane”. E che prevede inoltre “la fine dei contatti tra l’opposizione ed i gruppi terroristi”. Poi, però, ha inviato un messaggio distensivo a Trump, che sarà il vero interlocutore della Russia nell’immediato futuro: “Se si concentrerà sulla lotta al terrorismo e vorrà collaborare con la Russia, noi saremo certamente prontissimi”. Anche la situazione in Libia preoccupa i partecipanti dei Med Dialogues. Gentiloni ha rilevato che dall’insediamento del governo di unità nazionale guidato da al Sarraj “non ci sono scontri fondamentali tra le parti libiche”. Allo stesso tempo, però, “bisogna continuare a lavorare, anche sotto traccia, con i partner regionali per costruire ponti anche con le altre realtà libiche”, a partire da quella del riottoso generale Haftar, per unificare e stabilizzare il Paese. Su questa linea si registra la piena sintonia degli Stati Uniti. Kerry ha tra l’altro spiegato che “la diplomazia è l’unico strumento per unire il Paese, perché nessuno è disposto a impegnarsi in un’azione militare”. Anche per Lavrov serve un “accordo inclusivo”, ma il russo ha rilevato che Libia “fu distrutta dall’invasione della Nato e dai raid aerei su Tripoli”.


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