L’Italia va peggio del previsto

DATI ISTAT/CRESCITA DIMEZZATA IN UN ANNO E SUL FUTURO INCOMBE LA GRANA DEL DEBITO



ROMA. Il 2018 si chiude peggio del previsto per l'economia italiana. Nonostante la frenata degli ultimi mesi, lo scorso anno il Pil italiano sembrava aver complessivamente retto, assestandosi almeno sul numero pieno, ovvero su una crescita dell'1%. Ma i dati più completi raccolti dall'Istat hanno costretto l'istituto a rivedere le stime al ribasso, con una sforbiciata allo 0,9%. Un numero che appare ormai lontanissimo dal ritmo di crescita praticamente doppio del 2017, chiusosi a +1,6%, e che incide inevitabilmente sul quadro di finanza pubblica. Lo scorso anno il deficit è migliorato, scendendo dal 2,4% al 2,1% del Pil. Il con- fronto anno su anno è in questo caso positivo, ma non bisogna dimenticare che nel 2017 sul disavanzo si è fatto sentire il peso del salvataggio di Mps e delle banche venete. Il dato è peraltro peggiore delle stime del governo che, nell'ultimo aggiornamento di finanza pubbli- ca messo a punto a dicembre, in sede di negoziazione sulla manovra con l'Unione europea, aveva previsto un deficit all'1,9% del Pil. A non coincidere con le stime dell'esecutivo è del resto anche l'indicatore del debito, finanziariamente e politicamente il più controverso per l'Italia. Nel 2018 il rapporto con il Pil è salito, non al 131,7% come stimato dal governo, ma oltre la soglia limite del 132%. Il debito si è attestato al 132,1% e ha toccato un livello mai visto per il nostro Paese, da sempre osservato speciale in Europa e sui mercati proprio per l'esposizione dei nostri titoli di Stato.  L'ultimo richiamo di Bruxelles risale non a caso ad appena mercoledì scorso, giorno della pubblicazione dei Country report. E se l'andamento del 2019 - che nel primo bimestre dell'anno fa registrare un fabbisogno a 8,3 miliardi in aumento di 2,4 miliardi sull'anno precedente e che al momento non si preannuncia ancora come l'anno bellissimo pronosticato da Giuseppe Conte - dovesse rivelarsi quello prospetta- to da gran parte degli analisti, la situazione dei conti pubblici potrebbe ulteriormente peggiorare. Il governo conta su un fondamentale impatto positivo sul Pil del reddito di cittadinanza, a cui è attribuito il compito di rivitalizzare consumi (e fiducia) che si sono andati progressivamente spegnendo. Allo stesso modo, il premier, così come Giovanni Tria e Danilo Toninelli, crede fermamente nel rilancio degli investimenti, da cui già provengono anche in questo caso segnali di rallentamento, e nel taglio della peso del fisco sul lavoro come volani della ripresa. Ma ribaltare lo stato di fiacchezza dell'economia - ed alleggerire effettivamente una pressione fiscale che nel suo complesso stenta a diminuire - non sarà impresa semplice in un contesto internazionale che sembra ormai in frenata. Il rimbalzo atteso in primavera, fa notare Paolo Mameli, senior economist di Intesa Sanpaolo, potrebbe non avverarsi, facendo peggiorare il quadro tendenziale di finanza pubblica e mettendo a rischio gli obiettivi del governo. A partire appunto, proprio dal debito. L'esecutivo prevede nel 2019 una discesa dell'indicatore sotto il 131%, puntando sull'arma per eccellenza da tutti sfoderata ma mai realmente utilizzata, le privatizzazioni. L'ambizioso piano originario indicato nella Nota di aggiornamento al Def indicava un punto di Pil (tra i 17 e i 18 miliardi) di dismissioni e alienazioni in un anno. Una cifra già gigantesca a cui si è aggiunta, nella stessa fase di negoziazione con la Commissione, un'ulteriore tranche di dismissioni immobi- liari da un miliardo. Un piano su cui però al momento non è arrivato alcun aggiornamento e che sembrerebbe ancora in alto mare. I dati Istat ovviamente rinfocolano la polemica politi- ca. Dall'ex premier, Matteo Renzi secondo il quale "ormai è ufficiale: il governo deve trovare 40 miliardi da qui al 31 dicembre: 15 per il 2019 e 25 per il 2020", alla presidente dei senatori di Forza Italia, Anna Maria Bernini che pone l'accento sul ''debito più alto di sempre"

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