L’ultimo dei De Filippo


TEATRO/CON LA SCOMPARSA DI LUIGI FINISCE LA STORIA FAMIGLIARE


ROMA. Con Luigi De Filippo si chiude, resta senza eredi quella grande tradizione teatrale na- poletana e italiana a tutti gli effetti rappresentata dalla sua famiglia che ha origine nell’altra, egual- mente storica, di Eduardo Scarpetta. Figlio di Peppino De Filippo, mentre suoi zii erano Titina e Eduardo e suo cugino Luca, sentiva il valore di questa eredità, l’arte, il repertorio al cui interno era cresciuto e che lo sosteneva, tanto da con- fessare: “Talvolta basta l’eco di una voce, di- cendo una certa battuta in scena, per sentire un brivido e avvertire che i De Filippo sono tutti lì, accanto a me”.

Non è un caso quindi che, alla vigilia dell’88/ o compleanno, abbia recitato sino a tre mesi fa uno dei capolavori di suo zio, ‘Natale in casa Cupiello’ in quel teatro Parioli di Roma che nel 2011 aveva intitolato al padre riportandolo in vita con impegno e dedizione, lavorando anche con i giovani e puntando su allestimenti puliti e appunto tradizionali nel senso alto che questo termine aveva per lui. Accanto, a sostenerlo, aveva la sua ultima moglie, Laura Tibaldi, con la quale negli anni ’90 aveva già gestito il Teatro delle Muse sempre a Roma.

Meno asciutto e essenziale di Eduardo, ave- va ereditato la parte più vera e famigliare della vena comica e amara del padre, sia come attore, sia come autore di commedie, patendo l’essere a lungo giudicato figlio e quindi come privo di una propria novità. Nel volto sembrava portare i tratti di tutti quanti i De Filippo, ma la voce era la sua, non quella articolata e risentita del padre, non quella chiara, insinuante e sarcastica di Eduardo, ma capace di un suo corpo preciso bonario e ironico non banale.

Andando avanti con l’età si era dedicato ai ricordi dei De Filippo, scrivendo libri e costruen- do recital, uno dei quali era previsto per metà aprile, in cui parlava di Eduardo col “suo teatro spietato, crudele, vero, cui avrebbero dovuto dare il Nobel, mentre quello di mio padre era più leggero e ironico” e di Titina “grande attrice e Filumena Marturano per sempre”.

Fu lui, nel 1972, che operò per un pacificazio- ne tra il padre e Eduardo che, per divergenze artistiche, non si parlavano da anni, avvisando lo zio che con Peppino sarebbe andato a vederlo in teatro al San Ferdinando. Eduardo allora li chiamò in scena durante l’intervallo e i due fra- telli si abbracciarono pubblicamente e dopo an- darono a cena tutti assieme, rievocando storie famigliari e evitando, ricordava Luigi, di parlare di teatro e del proprio lavoro su cui avevano idee diverse.

Nato a Napoli il 10 agosto del 1930, Luigi, figlio d’arte (anche la madre Adele Carloni era attrice) vive da subito praticamente in teatro e sviluppa una passione musicale, grazie alla zia Titina che gli insegna a leggere gli spartiti e a suonare il pianoforte, ma il suo destino è il pal- coscenico dove approda grazie allo zio Eduardo e dove ha il proprio vero debutto da adulto, a 21 anni, nel 1951 nella compagnia del padre Peppino, con cui girerà molto anche all’estero e, dal 1959 per dieci anni, collaborerà alla direzione ar- tistica del Teatro delle Arti scoprendo “il valore sociale” del proprio lavoro. Nel 1978 fonda una sua Compagnia di Tea-

tro, aggiungendo un nuovo significativo tassel- lo alla storia dei De Filippo, ottenendo subito un personale successo grazie al suo talento e a quel- la disciplina che aveva imparato sin da quando era accanto all’inflessibile zio Eduardo e propo- nendosi come uno dei depositari della grande tradizione scenica napoletana.

Con la maturità artistica e l’indipendenza co- mincia anche a scrivere testi (aveva già iniziato aiutando il padre) che si legano alla tradizione di Scarpetta e Petito, dando dignità di commedia alla farsa e ponendo attenzione anche alle tra- sformazioni della famiglia e della società con- temporanea, viste, in un quadro realistico, con ironia critica e un tocco di invenzione surreale. Così realtà e fantasia si fondono in testi, un po’ in lingua e un po’ in napoletano, come la favoli- stica ‘Commedia del Re buffone e del buffone Re’ e i ritratti di ‘Storia strana su una terrazza

romana’ o ‘Come e perché crollò il Colosseo’, ‘La fortuna di nascere a Napoli’ e, suo risultato forse più alto, ‘Buffo napoletano’, apologo far- sesco e amaro sul degrado dell’amata città de- turpata dalla speculazione edilizia.

Tra le sue attività di successo sono da ricor- dare anche quel che scrive e realizza per la televi- sione, spesso nel ricordo del padre Peppino, la partecipazione a una cinquantina di film sino agli anni ’90 e la scrittura di vari libri, da ‘De Filippo & De Filippo’ all’autobiografia ‘Un cuore in pal- coscenico’. In queste pagine ribadisce un con- cetto più volte espresso sul fatto che un attore non sa mai quando possa essere il momento di ritirarsi: “E’ la nostra fortuna. Noi vorremmo scri- vere la parola fine solo su quelle quattro magi- che tavole del palcoscenico”, proprio come ac- cadde a Moliere, uno degli autori amati da Luigi e portati in scena più volte.


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